In memoria di Teresa Biscardi

Madonna di Palmentata
Immagine della Madonna di Palmentata

Avevamo pensato di addobbare la chiesa come per un matrimonio perché ogni funzione eucaristica, anche questa, è una celebrazione nuziale e, infatti, proprio mentre mia suocera giungeva al trono dell’Altissimo, in Duomo si celebrava un matrimonio, proprio perché il Signore voleva ribadirne l’aspetto nuziale e l’approdo dell’anima di Teresa nell’Amore trinitario.

La pedagogia del Signore è imperscrutabile ma la Madonna di Palmentata ha voluto portare per mano questa sua amata figlia nel giorno del Signore, mentre la Liturgia della Parola ne sintetizzava la vita: «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» e lei gli apparteneva totalmente, solo così ha potuto accettare «settanta volte sette» le prove e le tribolazioni, a volte senza capire, «serbando nel suo cuore» ciò che le capitava, ma sempre con lo sguardo rivolto alla Vergine Madre e al Crocifisso. Ha avuto una vita piena, coronata dalla nascita dei figli, ma i suoi silenzi, le sue solitudini, la sua devozione e le sue preghiere, sono le gemme incastonate sulla sua croce, diventata, perciò, non segno di lutto ma albero di vita. Il Signore, per intercessione della Madonna, le ha risparmiato l’Ora del Getsemani per consegnarla al giorno di Pasqua.

Il sepolcro non appartiene alla morte: la Croce è nuda perché dal grembo squarciato della terra è risorto il Vivente. Consumato nella sacralità del sacrificio, “l’arrivederci” di Teresa diventa testimone della Pasqua, dell’esodo verso la Patria eterna.

Siamo certi che da lassù guarderà, ancor più amorevolmente, la sua famiglia, la sua S. Agata e implorerà i nostri Santi protettori e la Vergine di Palmentata affinché noi, ancora viandanti, possiamo vivere coi fianchi cinti, i calzari ai piedi, impugnando il bastone e camminare verso la Pasqua, nella Terra Promessa dove un giorno, tutti insieme, canteremo le lodi del Signore nella pace dell’armonia celeste.

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6. “Crocifissi col Crocifisso”. Giuseppe Falanga: La “lezione mistica” della liturgia.

falangaIl prof. Falanga, Docente di Liturgia, preliminarmente ricorda che la Chiesa cattolica annovera tra i Santi 14 stigmatizzati e con l’ausilio del Messale Romano e del Lezionario ricorda ai numerosi allievi presenti (ma anche ai docenti) che la liturgia non si apprende in aula ma si studia, si prega: «lex orandi, lex credendi». Divide il suo pregnante intervento in tre momenti: ricorrenza e memoria di S. Caterina da Siena, San Pio da Pietrelcina e S. Francesco nei libri liturgici. Rapporto tra Liturgia e Mistica. Conclusioni. Passa, quindi, a leggere i passi in cui il tema del convegno: il rapporto col Crocifisso, è ricordato nelle Feste o memorie dei Santi.

  Messale

 

Messale

 

Lezionario

1Gv 1,5-10

Lezionario

Gal 6,14-18

29 aprile Santa Caterina da Siena Colletta: «O Dio, che in santa Caterina da Siena, ardente del tuo spirito d’amore, hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa…»   «…Dio è luce e in lui non ci sono tenebre… Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce… il sangue di Cristo… ci purifica da ogni peccato…»  
23 settembre San Pio da Pietrelcina Colletta: «Dio onnipotente ed eterno, con grazia singolare hai concesso al sacerdote san Pio di partecipare alla croce del tuo Figlio…»

 

Prefazio (embolismo): «… Tu hai posto nel cuore di san Pio il fuoco di una così grande carità per Cristo. Egli, associato alla sua passione, lo ha seguito con amore perseverando fino alla croce e ai fratelli, afflitti da pene nell’animo e nel corpo, ha rivelato incessantemente la divina misericordia».   Porto le stigmate di Gesù nel mio corpo

«Quanto a me invece non ci si altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo…»

4 ottobre San Francesco d’Assisi Orazione sulle offerte: «… a celebrare il mistero della croce, che segnò l’anima e il corpo di san Francesco…»

 

Prefazio (embolismo): « Tu hai innalzato san Francesco… alle vette della perfezione evangelica; lo hai infervorato di ardore serafico… e insignito delle sacre stigmate, l’hai additato al mondo quale fedelissima immagine di Cristo crocifisso nostro Signore». La Sequenza è molto bella e, seppure facoltativa, sarebbe opportuno leggerla nella forma integrale. La lettura è sempre Gal 6,14-18 ma cambia la didascalia introduttiva: “Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”.

Il prof. Falanga ricorda quanto abbiamo perso distaccandoci dalla liturgia ortodossa per la quale la liturgia è «il cielo sulla terra». Sacramenti, Liturgia, mistero pasquale di Cristo, sono da considerare unitariamente ed inseriti nella Storia della Salvezza; per questo le caratteristiche di quest’ultima sono anche le caratteristiche dei primi, ferma restando peculiare ad ognuno le modalità di attuazione della redenzione. Così ad esempio la nuzialità che contraddistingue la relazione Dio-Israele nella generale Storia della Salvezza, contraddistingue anche il mistero pasquale di Cristo e naturalmente anche la Liturgia che si impernia sui sacramenti, in quanto ultimo momento della Storia della Salvezza. Nella Chiesa e per la Chiesa, fidanzata di Cristo, continua nel tempo l’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, perché come Cristo fu inviato dal Padre, anch’egli inviò gli apostoli, ripieni dello Spirito Santo, a predicare il Vangelo a tutti gli uomini e ad attuare per mezzo della Liturgia l’opera della salvezza che annunciavano. Perché possa accadere ciò, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche, ne consegue che la Liturgia è opera di Cristo e della Chiesa, dunque quella nuzialità realizzata una volta da Cristo capo è realizzata oggi da Cristo capo e membra. Nel corso dei secoli, nella Chiesa, sono tantissimi i testimoni coerenti con le parole dell’apostolo Paolo: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo[1], a favore del suo corpo che è la Chiesa»[2]. Tra gli altri, Teresa d’Avila, Teresa Benedetta della Croce, figure eccellenti dell’ordine carmelitano, hanno fatto della croce il perno della loro vita: il talamo per le nozze con Cristo. Teresa d’Avila venne favorita in vita di grazie straordinarie vissute in estasi, come racconta ella stessa: «Quel cherubino teneva in mano un lungo dardo d’oro sulla cui punta di ferro sembrava ardesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo conficcasse varie volte nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappasse fuori quando tirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace d’amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire gemiti, ma al tempo stesso tanto elevato, da impedirmi di desiderarne la fine e di cercare altro diversivo, fuorché in Dio»[3]. Suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, visse pienamente la sua appartenenza a Cristo. Filosofa tedesca, ebrea convertita al cattolicesimo, seppe coniugare perfettamente scienza e croce. Visse la sua vocazione al Carmelo come cammino di consegna di sé, consapevole che «se ti decidi per Cristo, può costarti la vita»[4], poiché, «se vuoi sposare l’Agnello, devi lasciarti inchiodare con Lui sulla croce»[5]. Sotto il segno della croce accolse e comprese la propria vocazione al Carmelo. Ella volle collaborare a ciò che manca alla  Passione di Cristo: «è per questo che il Signore ha preso la mia vita a vantaggio di tutti. Mi viene da pensare continuamente alla regina Ester. Io sono una povera e impotente piccola Ester, però il re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione»[6]. E il Re volle prenderla per sé, lasciando che il suo amore si esprimesse nella maniera più grande: attraverso il martirio[7].

[1] Per un approfondimento si consiglia A. Clemente, Completo nella mia carne. L’aspetto salvifico della sofferenza, EDI, Napoli 2016.

[2] Col 1,24.

[3] G. Papasogli, Fuoco in Castiglia Vita di Teresa d’Avila, OCD, Roma 2006, 189.

[4] Teresa Benedetta Della Croce, Lettera del 26.6.1934. Cito da: Girardello R., Edith Stein. In grande pace varcai la soglia, OCD, Roma 1998, 256.

[5] Ib.

[6] Teresa Benedetta Della Croce, Lettera 31.10.1938. Cito da: Girardello, Edith Stein, 265.

[7] Per parte dell’articolo ringrazio Patrizia De Iulio con la quale, spero presto, intendo pubblicare: «Ti farò mia sposa per sempre». La Chiesa segno d’amore nei Sacramenti, per i tipi della EDI di Napoli.

3. “Crocifissi col Crocifisso”: Luigi Borriello: Nuove zone dove lo Spirito aleggia e dona vita.

NUOVO-DIZIONARIO-DI-MISTICA-ridotto-1Il prof. Borriello è Docente di Spiritualità presso la sez. S. Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Poiché sicuramente altri si occuperanno di dare risalto al suo intervento desidero segnalare il prof. Borriello per la pubblicazione del Dizionario di mistica[1]. In questo dizionario si vuole dare un contributo di chiarificazione al problema della mistica oggi, concentrando l’attenzione soprattutto sulla mistica cristiana, non trascurando qualche accenno alla mistica delle altre religioni. Per fare ciò, occorre, prima di tutto, definire la mistica cristiana. «Se bisogna intendere per “mistica”, scrive H. de Lubac, una certa perfezione raggiunta nella vita spirituale, una certa unione effettiva alla Divinità, allora, per un cristiano non può trattarsi d’altro che dell’unione col Dio Tri-personale della rivelazione cristiana, unione realizzata in Gesù Cristo e per mezzo della sua grazia; dono “infuso” di contemplazione “passiva”. Parimenti, se la parola “spiritualità” connota lo Spirito Santo, diviene evidente che ha solo un significato cristiano»[2]. In questo dizionario molto spazio è dato proprio all’esperienza mistica vissuta in tutti i tempi e in tutte le aree geografiche. La proposta attualizzante del presente dizionario gli conferisce alcuni tratti distintivi. Prima di tutto un’attenzione alla differenza e all’unità sottesa tra ascesi, mistica e spiritualità. Quest’ultima, sulla base dei dati della rivelazione cristiana, studia l’esperienza cristiana nel suo sviluppo dinamico: la vita secondo lo Spirito, evidenziandone strutture e leggi, entro le caratteristiche psicologiche del soggetto umano proteso alla perfezione. La mistica, invece, va intesa come presa di coscienza dell’esperienza caritativa della comunione interpersonale tra Dio e l’uomo, quindi riguarda essenzialmente tale esperienza di Dio inabitante, provocata nell’anima da una speciale mozione dello Spirito Santo. La mistica cristiana, è, dunque, intrinsecamente soprannaturale, completamente agganciata alla grazia divina. Non si può dare alcuna esperienza autentica del mistero di Dio che sia di ordine naturale, possibile con le sole forze della natura umana. Il compito specifico della teologia mistica consiste nella riflessione critica e sistematica su tale esperienza fondamentale, cristiana, coscientemente aperta allo Spirito e accolta passivamente nel proprio intimo, cioè collaborando attivamente all’azione divina. Per questo motivo, il criterio di fondo che regge tutta la struttura del dizionario è quello teologico, debitamente integrato dai preziosi contributi offerti dalle discipline scientifiche e antropologiche, come la storia, la filosofia, la psicologia, ecc. Lo studio parallelo e convergente di tali discipline fornisce i principi ermeneutici e i criteri di valutazione sia della vita mistica che delle sue manifestazioni straordinarie, sia della rilevanza spirituale che della eventuale valenza soprannaturale delle mistiche non cristiane. Si è sempre tenuto in considerazione che tale esperienza mistica ha una sua originale struttura-guida in un Dio trascendente ma che si rivela in Gesù Cristo nel cangiante divenire storico. Pertanto, diverse voci sono dedicate a correnti storiche della mistica, a mistici ed autori mistici. L’accentuazione del presente non abolisce né trascura il passato che, al contrario, viene valorizzato come memoria che costruisce ed ispira il presente.

[1] L. Borriello – E. Caruana – M. R. Del Genio – N. Suffi (a cura), Dizionario di Spiritualità, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998.

[2] H. de Lubac, Mistica e mistero cristiano, Milano 1979, 7-8.

2. “Crocifissi col Crocifisso”: François-Marie Léthel,: L’amore verso Gesù Crocifisso, la devozione mariana, la verginità, le stimmate.

LethelNato a Parigi nel 1948, è entrato nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (Provincia di Parigi) nel 1967 ed è stato ordinato sacerdote nel 1975. Dopo la licenza in Filosofia, ha ottenuto la licenza in teologia, ha conseguito il dottorato in Teologia all’Università di Friburgo (Svizzera) nel 1989. Padre Léthel vive a Roma dal 1982, insegnando la teologia dogmatica e spirituale presso la Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. Nominato Consultore per la Cause dei Santi da Giovanni Paolo II nel 2004, è stato anche nominato Prelato Segretario della Pontificia Accademia di Teologia da Benedetto XVI nel 2008. Tra i suoi numerosi studi sulla teologia dei santi, si possono indicare specialmente i libri su Teresa di Lisieux: L’Amore di Gesù. La cristologia di santa Teresa di Gesù Bambino (Roma, 1999, Libreria Editrice vaticana): Teresa è cosciente di condividere con Maria questo amore materno, e anche di raggiungere ogni madre del mondo, anche la più povera, la più ferita. Lo mostra chiaramente nella sua opera teatrale La fuga in Egitto, il testo più importante riguardo a questa corda materna. Teresa di Lisieux è una donna Dottore della Chiesa, che non ha studiato all’università, ma che rappresenta perfettamente la stessa teologia femminile, più simbolica e più incarnata di quella maschile. Per il tema da lui oggi trattato di P. Léthel segnaliamo anche: Luigi Maria di Montfort: L’amour de Jésus en Marie (Genève, 2000, ed. Ad Solem, 2 vol.) e Gemma Galgani: L’Amore di Gesù Crocifisso Redentore dell’uomo. Gemma Galgani (Roma, 2004, Libreria Editrice Vaticana). I santi sono i maestri di una antropologia cristocentrica, che è una antropologia dell’amore, interamente fondata nella carità, unico amore di Dio e dell’Uomo in Cristo Gesù. I santi sono autentici teologi, cioè conoscitori di Dio, perché in essi si verifica l’affermazione dell’Apostolo: “chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Il dono totale di sé alla persona amata ha come conseguenza necessaria il possesso totale della persona amata: darsi totalmente all’altro è allo stesso tempo aprirsi al dono totale che l’altro fa di se stesso, e riceverlo totalmente. Così paradossalmente, l’amore sponsale di Gesù è l’amore più oblativo e più possessivo. La complementarietà dei Padri, Dottori e Mistici è come il prisma che rivela i colori più belli del Mistero di Cristo, Luce di Dio venuta nel mondo[1].

[1] Cf. F.-M Léthel, Aspetti dell’antropologia dei santi, in Antropologia cristiana: Bibbia, teologia, cultura, Città Nuova, 2001.

3E… come esserci: I giovani in missione alla sequela di Gesù

pastore-pecora-ritrovata-Sant’Agostino dice che «non si può trovare uno che non voglia essere felice». La gioia è richiesta dalla natura stessa dell’uomo, è un suo bisogno, a maggior ragione per un giovane, specialmente se ha perso l’entusiasmo tipico dei suoi verdi anni. Ai tanti che forse usano lo slogan: «Cristo sì, chiesa no» si dedicheranno i volontari della missione giovani della Diocesi. E saranno come i profeti dell’attesa messianica e come agli israeliti quando sono ritornati dall’esilio, rincuorati da Neemia, diranno: «Non vi rattristate perché la gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 8,10). Saranno sostenuti dalle parole di Gesù che prevedendo momenti di sconforto e debolezza disse: «Voi sarete afflitti ma la vostra afflizione si cambierà in gioia» (Gv 16,20); «Chiedete e otterrete perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16,24).Saranno portatori di letizia e speranza perché avranno dalla lorola tradizione secolare della chiesa, già nel II secolo il Pastore d’Erma riporta: «Caccia da te la tristezza perché è sorella del dubbio e dell’ira. Armati di gioia. L’uomo allegro fa il bene, pensa il bene ed evita la tristezza». Papa Francesco invita la comunità cristiana a riscoprire quest’immagine di una chiesa aperta al mondo, “in uscita” verso le periferie dell’umano, che si mette «nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione… e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (EG 24). E offre a supporto di questo stile ecclesiale una significativa prospettiva teologica: «ogni volta che ci incontriamocon un essere umano nell’amore, ci mettiamo nella condizione di scoprire qualcosa di nuovo riguardo a Dio. Ogni volta che apriamogli occhi per riconoscere l’altro, viene maggiormente illuminatala fede per riconoscere Dio (EG 272).È attraverso l’umanità di Gesù, la sua kenosi, il suo abbassamento, che proviamo la gioia della gloria divina che a noi si è manifestata. E i giovani “missionari” condivideranno la gioia di quanti li hanno preceduto. La prima epifania gioiosa di Gesù si ha quando Maria raggiunge Elisabetta e Giovanni Battista esultò di gioia nel ventre della madre (Lc 1,44). L’angelo annuncia ai pastori «una grande gioia» (Lc 2,10). Quando i Magi vedono nuovamente la stella «provano una grandissima gioia» (Mt 2,10). E abbiamo letto di Zaccheo che accolse Gesù nella sua casa «pieno di gioia» (Lc 19,6), delle pie donne che «abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero dai discepoli» (Gv 20,20). Discepoli che dopo l’Ascensione «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Dalla mangiatoia al monte dell’Ascensione è, dunque, un solo Vangelo della gioia.B. Häring è categorico: «Solo gli ottimisti possono cambiare il mondo… L’ottimismo costituisce spesso anche un’efficace medicina. Chi si rallegra nel Signore, concepisce una gioia riconoscente e impara l’arte di comunicare la gioia agli altri, è spesso in grado di produrre il doppio del vicino che ha una costituzione fisica più robusta, ma non possiede la gioia della vita».La gioia è causata dall’amore; gioia e amore camminano insieme. La gioia non nasce da sola, ha la sua sorgente nell’amore e la sorgente dell’amore è Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,8). La gioia che nasce dall’amore è un nostro dovere di uomini e di cristiani; è la testimonianza più credibile e avvincente. La gioia che emana dal cristiano non può essere un fatto eccezionale, come un abito che si indossa nelle feste solenni. Deve essere un fatto quotidiano, perché Dio, nostra gioia, è con noi e dentro di noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

Aniello Clemente.

2. E… come esserci: I giovani in missione e i NEET

libertàSarà che vivendo a stretto contatto col mondo giovanile sono più incline all’emozione, ma il vedere tanti giovani riuniti insieme nel Duomo di Sant’Agata de’ Goti mi ha riempito il cuore di gioia e di speranza. Li vedevo lì seduti, fragili, naufraghi di una nave che noi adulti abbiamo affondato eppure parlare di speranza e di futuro. E, in loro, rivedevo i tanti volti di giovani che abbiamo visto in televisione accorrere in aiuto delle persone in difficoltà, accanto alle esperienze di servizio civile e di volontariato. Appena ieri il Papa diceva ai ragazzi accorsi alla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia: «Noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come minaccia, ma come opportunità. E voi siete un’opportunità: abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri». In questa Quaresima il Vescovo della Diocesi di Cerreto Sannita – Telese – S. Agata de’ Goti ha deciso di inviare in missione gruppi di giovani. Una missione assimilabile ad un’esperienza di shadowing e cioè andare, parlare, osservare i mondi vitali e gli spazi quotidiani di vita dei loro coetanei. Quei ragazzi etichettati come NEET: Not in Employment, Education and Training, che sembra una sigla simpaticama che denuncia giovani in condizioni di povertà ed esclusione sociale. I giovani volontari, coadiuvati da parroci, suore, incontreranno giovani che hanno percorsi formativi frammentari, quasi mai portati a termine, alcuni coinvolti in processi di adultizzazione precoce. Ragazzi, come tanti nostri figli e nipoti, spesso privi di qualsiasi ambizione professionale, che non riescono a esprimere alcun tipo di progettualità lavorativa, forse col mito del “posto fisso”. In una società che gli ha tarpato le ali fanno anche fatica a sviluppare una concreta analisi della realtà in cui vivono, guardandola come da uno specchio, rinviando a un mittente astratto ogni forma di responsabilità. I giovani che seduti nella navata parlavano di progetti e di speranza, dovranno armarsi di tutta l’armatura descritta da san Paolo per affrontare coetanei che a volte appaiono rassegnati, corrosi dall’immobilità, con atteggiamenti poco propositivi nei confronti del futuro verso il quale non riescono a proiettarsi. Troveranno anche casi drammatici ma mi auguro che la stragrande maggioranza dei nostri ragazzi che non vediamo frequentare le chiese e si sono allontanati dai sacramenti dopo l’Iniziazione Cristiana, siano ragazzi a rischio d’isolamento sociale, ma non ancora alla deriva[1]. A loro i nostri “ragazzi” sussurreranno piano: «Non accontentarti di poco, chi va con una caraffa vuota alla sorgente della vita, ne tornerà con due piene» (K. Gibran) e li saluteranno così: «Possa tu avere molta gioia» che è il saluto rivolto dall’angelo a Tobia.

Aniello Clemente.

[1]Cf. W. Nanni – S. Quarta, Il triplo no dei ragazzi in panchina, in IC Italia Caritas, novembre 2016, Anno XLIX N° 9, 8-12.

1.La teologia in ascolto dell’umano

1-convegno-docenti-2017Come si può in poche parole o brevi righe descrivere le emozioni che suscitano le relazioni di Gianpiero Tavolaro che ci ha parlato di “Rivelazione di Dio e umanizzazione”, di Pierluigi Cacciapuoti con “La grazia come pienezza dell’umano” e Giuseppe Falanga “per una liturgia dell’esistenza”. L’uno e altro hanno spaziato dai concetti di immagine e somiglianza a quelli di grazia salvifica e prassi cristiana, del come è difficile declinare oggi una teologia che si occupi dell’uomo e del suo rapporto col Trascendente, quindi, il mistero di quella salvezza che ha in sé tutta la potenza della grazia divina il cui primato costituiva il cuore della teologia luterana. Gli interventi mi hanno riportato alla mente la difficoltà del credere di “Faust” che si era illuso di essere un cherubino e aveva usato in modo blasfemo la nota dichiarazione biblica dell’uomo «immagine di Dio»; di Lutero che così ironizzava: «Dev’essere un’anima insensata quella che, se fosse in cielo, bramerebbe il corpo!»; e della poca partecipazione alla vita ecclesiale perché «Contro la noia anche gli dei lottano invano» scriveva Nietzsche. Il tutto per ricordare quanto diceva il decano prof. Di Palma nel suo saluto: “Gesù nella sua vita incontra l’umano concreto”, meglio evidenziato nell’uomo descritto da san Paolo nei capitoli 5-8 della lettera ai Romani. Pascal avrebbe detto: «L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, e sa il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo invece non sa nulla»[1]. Nobiltà che nasce dall’essere “figli nel Figlio”: siamo nell’antica e superba città di Toledo, attorno all’anno 400. Nella chiesa si è da poco diffuso un Credo che, in seguito, verrà erroneamente attribuito al vescovo di Alessandria d’Egitto sant’Atanasio, morto nel 373, e sarà chiamato Simbolo atanasiano. Al suo interno c’era una frase significativa che, pur riferendosi a Cristo, delineava anche la realtà dell’uomo: «Come un solo uomo è anima intellettiva e carne, così l’unico Cristo è Dio e uomo»[2].

[1] B. Pascal, Pensieri, n. 347 ed. Brunschvicg, A. Bausola (a cura), Rusconi, Milano 1993.

[2] Cf. G. Ravasi, Breve storia dell’anima, Mondadori, Milano 2003, 179.