Quaresima è imparare ad amare le nostre imperfezioni

buon sabato 2Ogni giorno, un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio, perdeva acqua. L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia. L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione: “Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”. Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: “Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite”. Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse: “Guarda il bordo della strada”. “E’ bellissimo, pieno di fiori”. “Solo grazie a te”, disse il padrone. “Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno…” Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo, Dio sa fare meraviglie con le nostre imperfezioni.

Aniello Clemente.

Quaresima: cammino di conversione

ultima cena«Quello che importa nella vita non è tanto il posto che occupiamo, quanto la direzione che prendiamo» (Delmes). Leonardo da Vinci dipinse con molta lentezza l’Ultima Cena al refettorio del Convento dei Domenicani di S. Maria delle Grazie a Milano. Forse uno dei motivi, oltre ad aspettare  i tempi tecnici degli intonaci e del fissare i colori, era dovuto al fatto che non era facile trovare i modelli per quello che lui aveva già “visto” nella sua mente. All’epoca era abitudine dei grandi pittori attingere dalla vita reale i soggetti che dipingevano e chi sa quanti sanno che tante Madonne e tanti santi sono persone reali con storie non sempre edificanti alle spalle. Leonardo un giorno passeggiando nel parco del castello sforzesco incontrò un giovane con il volto di un ovale perfetto, con la fronte serena e nobile, con gli occhi limpidi e penetranti, capelli biondi e leggermente ondulati. Lo invitò a fargli da modello per Gesù. Qualche anno dopo si torturava per non trovare un viso da galeotto che gli permettesse di ritrarre Giuda, il traditore. Una sera, entrando in un’osteria, vide un uomo con una faccia patibolare: spiava i dadi da gioco e proferiva orribili bestemmie. Aveva finalmente trovato il tipo adatto. Lo chiamò a parte e lo invito a fargli da modello, dietro lauta ricompensa. Quegli accettò ed entrò con Leonardo a S. Maria delle Grazie. Mentre sul palco il sommo artista scrutava la faccia del delinquente, la fronte triste, gli occhi biechi, i capelli ispidi, questi proruppe in pianto. Leonardo gli chiese: «Che hai? Ti senti male?». «No! – rispose Francesco Bandinelli (questo il nome del modello) – Piango nel vedere il mutamento che ho fatto nella mia vita». A Leonardo sembrò di capire, ma gli chiese: «Che vuoi dire?». Rispose il modello: «Voi ben lo sapete maestro! Tre anni fa io stavo precisamente su questo palco e mi ritraeste per rappresentare Gesù». «E che hai fatto per ridurti così?». L’uomo guardò l’affresco, quasi ultimato, fissò gli occhi sulla figura stupende di Gesù e sospirò: «Sono un disgraziato: la passione per il gioco e il peccato mi hanno ridotto così». Noi non sappiamo se Francesco Bandinelli abbia trovato la forza di ritornare a somigliare a Gesù, d’altronde non sappiamo nemmeno se il “figlio prodigo[1]“ restò nella casa del padre o riprese il suo girovagare, di certo sappiamo che la Misericordia di Dio ci attende sempre con le braccia aperte.

Aniello Clemente.

[1] Cf. Lc 15,11-32.

Quaresima: salone di bellezza

trasfigurazione2Vi sembrerà strano ma questa piccola storia nasce dalla mente di uno dei più grandi inventori del mondo, Leonardo da Vici: «Fermo sulla soglia il piccolo bruco guardava intorno il pullulare della vita, chi saltava, chi cantava, chi correva, chi volava; tutti gli insetti erano in continuo movimento. Lui solo, poveretto, era senza voce e non poteva né correre né volare. Eppure non invidiava nessuno: sapeva di essere un bruco e che i bruchi devono imparare a filare una bava sottilissima per tessere il loro nido. «Così è, e così sarà, a ognuno il proprio destino» pensava e, con nuovo zelo, riprese il suo lavoro di tessitore. In breve si trovò chiuso in un tiepido e avvolgente bozzolo di seta preziosa, isolato dal resto del mondo. Non potendo più filare pensò: «E ora cosa accadrà?», «Sta quieto e aspetta… un po’ di pazienza e vedrai» sentì una voce che gli sussurrava nel cervello e nel cuore. Al momento giusto il bruco si svegliò e… non era più un bruco: uscì dal bozzolo con due ali bellissime, dipinte di vivi colori e subito si volò in alto nel cielo[1]. È vero che nelle favole o nei racconti tutto può accadere e avvengono trasformazioni inimmaginabili: Cenerentola si trasforma in principessa, il ranocchio in Principe Azzurro, Pinocchio in un bel bambino. Anche noi possiamo vivere la nostra favola e vivere “trasfigurati” dalla Luce di Dio, basta pregare e fare la Sua volontà.

Aniello Clemente.

[1] Cf. Leonardo da Vinci, Favole e leggende, Giunti Junior, Milano 2009.

Quaresima, elemosina è “vedere” il volto dell’altro

annunciazione 1
Oggi 25 marzo la chiesa  festeggia l’Annunciazione a Maria:            (cf. Luca 1, 26-38).

L’elemosina che facciamo spesso tacita le nostre coscienze: un piccolo gesto per “distrarre” l’attenzione di Dio dai nostri peccati, forse pensiamo di essere come la donna anziana di evangelica memoria, ma quella diede del suo il tutto, anche il proprio domani! L’elemosina non è quella che facciamo al mendico fuori dal sagrato, guardato in cagnesco dal parroco e dai vigili, né quella che facciamo agli strombazzatori sulla Circumvesuviana. «Elemosyné» in greco significa “amore trasbordante”: come quando mesciamo il vino e parte del contenuto si riversa. L’elemosina è avere il cuore materno di Dio, è la partecipazione misericordiosa alla condizione dell’altro.  Santa Elisabetta d’Ungheria diceva ai poveri: «Fate anche voi la carità». E a chi rispondeva che non aveva nulla la santa della carità rispondeva: «Non è sempre comandato di aprire le borse: è comandato d’aprire sempre il cuore, e quando non abbiamo denaro, possiamo però sempre avere un cuore per compatire i bisognosi, due occhi per vederli, due orecchie per sentirli, due piedi per visitarli, due mani per servirli, una lingua per consolarli, incoraggiarli». Un modo di fare a cui Lévinas dà il nome di visage, volto. Anche nella distanza invalicabile delle culture, l’altro è cercato nel suo volto e in questa prossimità la relazione si gioca. È proprio il volto che inizia e rende possibile ogni discorso ed è il presupposto di tutte le relazioni umane. Il volto dell’Altro ha significato di per sé, si impone al di là del contesto fisico e sociale: il senso del volto non consiste nella relazione con qualcos’altro, esso è senso per sé. Il volto dell’Altro ti viene incontro e ti dice: “Tu non ucciderai”. Nonostante il divieto può esserci l’assassinio, ma la malignità del male riapparirà nei rimorsi della coscienza dell’assassino, nell’accesso al volto c’è anche un accesso all’idea di Dio. Il volto è responsabilità per Altri: il volto dell’Altro entra nel nostro mondo; esso è una visitazione; è responsabilità: esso mi guarda e mi riguarda. Il volto d’Altri mi impone un atteggiamento etico: “ è il povero per il quale io posso tutto e al quale devo tutto”. Il volto dell’Altro, dunque, mi coinvolge, mi pone in questione, mi rende immediatamente responsabile. Fin dall’inizio, “ l’estraneo che non ho né concepito, né partorito, l’ho già in braccio”.

Aniello Clemente.