Il piccolo Charlie… un agnello immolato!

gesù-e-lagnello.jpgActa est fabula[1] (lo spettacolo è finito), tra lungaggini, ignoranze, stupidi cavilli burocratici contrap- posti al dolore di due giovani sposi e alle attese, le speranze, le pre- ghiere di tanta gente, è calato il sipario sulla scena umana del piccolo Charlie. Paradossalmente, nell’epoca delle “comunicazioni” è mancato il dialogo: da dialogos, ossia attraverso e oltre le parole. Si fa dialogo incontrando l’altro, a contatto con il prossimo. È indos- sare i panni dell’altro e, nella logica dell’incarnazione, è compas- sione, ossia sentire, provare, pren- dere su di sé, la miseria, il peccato, dell’altro. Il dialogo è accoglienza: “Io accolgo te”, cioè un atto sponsale che apre e crea la comunione[2]. Ci conforta sapere che la vergine Madre lo sta già coccolando tra le sue amorevoli mani contendendolo a Sant’Anna e alle tante Sante madri di cui è costellato il nostro calendario. Furtivo si avvicina San Giovanni, il Battista, e dice sommessamente: «Ecco un piccolo agnello di Dio». Anche il piccolo Charlie sta a indicare al mondo Gesù Cristo quale Agnello di Dio, come colui che ha dato la sua stessa vita per la salvezza dell’umanità. Non si è trattato di indicarlo con le parole ma con la vita, spendendo tutte le sue piccole energie per stare dietro di lui, come vero discepolo, come quei “piccoli” che Gesù tanto amava! L’agnello è simbolo di docilità, di purezza, ma altresì di capro espiatorio, di colui che prende su di sé tutto il male del mondo. «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Il verbo che viene tradotto con “toglie” significa letteralmente “sollevare”, “prendere su di sé”. Gesù è venuto nel mondo con una missione precisa: liberarlo dalla schiavitù del peccato, caricandosi le colpe dell’umanità. In che modo? Amando! Non c’è altro modo di vincere il male e il peccato se non con l’amore che spinge al dono della propria vita per gli altri. Agli affranti genitori posso solo ricordare che: «Quando ho pianto il mio dolore nel campo della pazienza, esso mi ha dato il frutto della felicità» (K. Gibran). Il piccolo Charlie, come Gesù, ha incarnato i tratti del Servo del Signore, che «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4). Nel Nuovo Testamento il termine “agnello” ricorre più volte e sempre in riferimento a Gesù. Questa immagine dell’agnello potrebbe stupire; infatti, un animale che non si caratterizza certo per forza e robustezza si carica sulle proprie spalle un peso così pesante. La massa enorme del male viene tolta e portata via da una creatura debole e fragile, simbolo di obbedienza, docilità e di amore indifeso, che arriva fino al sacrificio di sé. L’agnello non è un dominatore, ma è docile; non è aggressivo, ma pacifico; non mostra gli artigli o i denti, ma sopporta ed è remissivo. E così è Gesù: così è Charlie, come un agnello! Ciao piccolo, ti vogliamo bene.

Iannucci Maria Grazia – Aniello Clemente.

 

[1] Sono le celebri parole dell’Imperatore Ottaviano che proferì poco prima di morire.

[2]Cf. E. Scognamiglio, Recensioni in Asprenas, vol. 63 (2016), 200.

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3. “Crocifissi col Crocifisso”: Luigi Borriello: Nuove zone dove lo Spirito aleggia e dona vita.

NUOVO-DIZIONARIO-DI-MISTICA-ridotto-1Il prof. Borriello è Docente di Spiritualità presso la sez. S. Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Poiché sicuramente altri si occuperanno di dare risalto al suo intervento desidero segnalare il prof. Borriello per la pubblicazione del Dizionario di mistica[1]. In questo dizionario si vuole dare un contributo di chiarificazione al problema della mistica oggi, concentrando l’attenzione soprattutto sulla mistica cristiana, non trascurando qualche accenno alla mistica delle altre religioni. Per fare ciò, occorre, prima di tutto, definire la mistica cristiana. «Se bisogna intendere per “mistica”, scrive H. de Lubac, una certa perfezione raggiunta nella vita spirituale, una certa unione effettiva alla Divinità, allora, per un cristiano non può trattarsi d’altro che dell’unione col Dio Tri-personale della rivelazione cristiana, unione realizzata in Gesù Cristo e per mezzo della sua grazia; dono “infuso” di contemplazione “passiva”. Parimenti, se la parola “spiritualità” connota lo Spirito Santo, diviene evidente che ha solo un significato cristiano»[2]. In questo dizionario molto spazio è dato proprio all’esperienza mistica vissuta in tutti i tempi e in tutte le aree geografiche. La proposta attualizzante del presente dizionario gli conferisce alcuni tratti distintivi. Prima di tutto un’attenzione alla differenza e all’unità sottesa tra ascesi, mistica e spiritualità. Quest’ultima, sulla base dei dati della rivelazione cristiana, studia l’esperienza cristiana nel suo sviluppo dinamico: la vita secondo lo Spirito, evidenziandone strutture e leggi, entro le caratteristiche psicologiche del soggetto umano proteso alla perfezione. La mistica, invece, va intesa come presa di coscienza dell’esperienza caritativa della comunione interpersonale tra Dio e l’uomo, quindi riguarda essenzialmente tale esperienza di Dio inabitante, provocata nell’anima da una speciale mozione dello Spirito Santo. La mistica cristiana, è, dunque, intrinsecamente soprannaturale, completamente agganciata alla grazia divina. Non si può dare alcuna esperienza autentica del mistero di Dio che sia di ordine naturale, possibile con le sole forze della natura umana. Il compito specifico della teologia mistica consiste nella riflessione critica e sistematica su tale esperienza fondamentale, cristiana, coscientemente aperta allo Spirito e accolta passivamente nel proprio intimo, cioè collaborando attivamente all’azione divina. Per questo motivo, il criterio di fondo che regge tutta la struttura del dizionario è quello teologico, debitamente integrato dai preziosi contributi offerti dalle discipline scientifiche e antropologiche, come la storia, la filosofia, la psicologia, ecc. Lo studio parallelo e convergente di tali discipline fornisce i principi ermeneutici e i criteri di valutazione sia della vita mistica che delle sue manifestazioni straordinarie, sia della rilevanza spirituale che della eventuale valenza soprannaturale delle mistiche non cristiane. Si è sempre tenuto in considerazione che tale esperienza mistica ha una sua originale struttura-guida in un Dio trascendente ma che si rivela in Gesù Cristo nel cangiante divenire storico. Pertanto, diverse voci sono dedicate a correnti storiche della mistica, a mistici ed autori mistici. L’accentuazione del presente non abolisce né trascura il passato che, al contrario, viene valorizzato come memoria che costruisce ed ispira il presente.

[1] L. Borriello – E. Caruana – M. R. Del Genio – N. Suffi (a cura), Dizionario di Spiritualità, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998.

[2] H. de Lubac, Mistica e mistero cristiano, Milano 1979, 7-8.

2. “Crocifissi col Crocifisso”: François-Marie Léthel,: L’amore verso Gesù Crocifisso, la devozione mariana, la verginità, le stimmate.

LethelNato a Parigi nel 1948, è entrato nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (Provincia di Parigi) nel 1967 ed è stato ordinato sacerdote nel 1975. Dopo la licenza in Filosofia, ha ottenuto la licenza in teologia, ha conseguito il dottorato in Teologia all’Università di Friburgo (Svizzera) nel 1989. Padre Léthel vive a Roma dal 1982, insegnando la teologia dogmatica e spirituale presso la Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. Nominato Consultore per la Cause dei Santi da Giovanni Paolo II nel 2004, è stato anche nominato Prelato Segretario della Pontificia Accademia di Teologia da Benedetto XVI nel 2008. Tra i suoi numerosi studi sulla teologia dei santi, si possono indicare specialmente i libri su Teresa di Lisieux: L’Amore di Gesù. La cristologia di santa Teresa di Gesù Bambino (Roma, 1999, Libreria Editrice vaticana): Teresa è cosciente di condividere con Maria questo amore materno, e anche di raggiungere ogni madre del mondo, anche la più povera, la più ferita. Lo mostra chiaramente nella sua opera teatrale La fuga in Egitto, il testo più importante riguardo a questa corda materna. Teresa di Lisieux è una donna Dottore della Chiesa, che non ha studiato all’università, ma che rappresenta perfettamente la stessa teologia femminile, più simbolica e più incarnata di quella maschile. Per il tema da lui oggi trattato di P. Léthel segnaliamo anche: Luigi Maria di Montfort: L’amour de Jésus en Marie (Genève, 2000, ed. Ad Solem, 2 vol.) e Gemma Galgani: L’Amore di Gesù Crocifisso Redentore dell’uomo. Gemma Galgani (Roma, 2004, Libreria Editrice Vaticana). I santi sono i maestri di una antropologia cristocentrica, che è una antropologia dell’amore, interamente fondata nella carità, unico amore di Dio e dell’Uomo in Cristo Gesù. I santi sono autentici teologi, cioè conoscitori di Dio, perché in essi si verifica l’affermazione dell’Apostolo: “chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Il dono totale di sé alla persona amata ha come conseguenza necessaria il possesso totale della persona amata: darsi totalmente all’altro è allo stesso tempo aprirsi al dono totale che l’altro fa di se stesso, e riceverlo totalmente. Così paradossalmente, l’amore sponsale di Gesù è l’amore più oblativo e più possessivo. La complementarietà dei Padri, Dottori e Mistici è come il prisma che rivela i colori più belli del Mistero di Cristo, Luce di Dio venuta nel mondo[1].

[1] Cf. F.-M Léthel, Aspetti dell’antropologia dei santi, in Antropologia cristiana: Bibbia, teologia, cultura, Città Nuova, 2001.

Il ministero episcopale a Napoli del Card. Crescenzio Sepe per il Giubileo Sacer-dotale ed Episcopale.

cardinale SepeIeri alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale i docenti, gli studenti, il personale tutto, gli amici Vescovi e presbiteri, si sono stretti intorno al nostro Gran Cancelliere per festeggiarlo e ringraziare il Signore per il suo ministero. Al Cardinale è stato offerto il volume «Il Vangelo della città», raccolta di saggi offerti dai Docenti della Facoltà a cura di Carlo Manunza ed Edoardo Scognamiglio. Dopo i saluti di rito del Preside e del Decano, don Adolfo Russo ha iniziato con la relazione: “L’impegno per la teologia e la cultura nel contesto attuale”. Don Adolfo ha detto che si ricordava con affetto e commozione le lacrime versate dal cardinale al Centro Ester colpito dal fatto che anellini, catenine, braccialetti, erano stati raccolti affinché lui se ne servisse per i poveri. I poveri, gli ultimi sono al centro dell’attenzione di Sepe; testimonianze se ne contano a decine, dalle borse di studio, alla creazione di bande musicali, dalla “Casa di Tonia”, alla cura per gli oratori. Delle tante note positive che hanno contraddistinto l’Episcopato e la vocazione del Cardinale, don Adolfo ha posto in evidenza la fedeltà. Parlando della “strategia” che muove il piano pastorale del cardinale, dice che essa è credibile perché fa trasparire la coerenza fra fede e impegno civile. Possiamo dire che il cardinale ha inventato una “teologia per la città”, prova ne fu il grande ”Giubileo della Città”, cosa inedita nella Chiesa, echeggiano ancora le parole di Papa Benedetto XVI: «… si è aperto il cielo sopra di voi…».

Ha fatto seguito S. E. Mons. Di Donna, Vescovo di Acerra, che ha illustrato “La sollecitudine pastorale per la Diocesi napoletana”. S. Ambrogio – ricordava Mons. Di Donna – a un giovane vescovo che gli chiedeva come comportarsi gli rispose che, innanzitutto, doveva conoscere la Chiesa che gli era stata affidata. Il cardinale, appena giunto nella nuova sede, dapprima si mise in ascolto delle attese del popolo e del Presbiterio e poi iniziò a camminare, a guardare, capire per poter poi varare il “Piano Pastorale – Organizzare la speranza -” unico per tutta la Diocesi, declinato, poi, nei singoli Decanati. Carità e comunione i punti evidenziati da Mons, Di Donna portando ad esempio la formula inedita del «co-parroco» e il “Fondo di solidarietà” fra Parrocchie. «Canta e cammina» del 2013 segnò un tempo di gratitudine e di grazia, perché con l’attenzione alla città, si poneva forte l’attenzione sugli ultimi, i poveri, insistendo sull’educazione al bene comune.

Il prof. Francesco Paolo Casavola ha concluso gli interventi parlando del “Rapporto con la società civile e le istituzioni”. Il Presidente Emerito ha subito precisato che quel primo saluto dato a Scampia: «’a Maronn’ v’accumpagna» è una motivazione di fede per una Chiesa incarnata. Benedetto Croce leggeva una dottissima memoria su un detto: «Napoli Paradiso abitato da diavoli»; è senza dubbio una contraddizione, ma a quel motto se ne aggiunse un altro. «Un inferno abitato da santi». Il dott. Casavola ci porta alla mente il Proemio della “Gaudium et Spes”: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore», dicendoci che queste parole sono diventate il “motto” del cardinale. Ed ecco che le “Sette opere di misericordia corporale” diventano lievito per la città. La sensibilità, la cultura, l’esperienza di Sepe al dialogo ecumenico ed interreligioso, fanno sì che a Napoli convivano tutte le Confessioni.

Certo non è facile essere il Pastore in una città che “fa fatica” ma Cardinale noi sappiamo che lei ce la farà a guidarci ancora alla sequela di Cristo perché certi che «’a Maronn’ t’accumpagna!».

Ancora auguri, da tutti coloro che la stimano e la vogliono bene!

Aniello Clemente.

AMBROSIO SETTI – R. FAGGIANO, Guarita dall’Amore. Storia di Maria Grazia Veltraino, Libreria Editrice Vaticana 2016, pp. 220, € 16,00.

guarita dall'amoreDomani alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sarà presentato il volume in questione e credo che il modo migliore per farvene gustare in anteprima il fascino e la bellezza sia lasciare la “parola” al prof. Giuseppe Falanga proponendovi  Recensione da lui curata su Asprenas:

L’ultimo libro di don Carlo Ambrosio Setti, scritto con il giornalista Ro­sario Faggiano, è la storia di Maria Grazia Veltraino, la cui guarigione mira­colosa ha consentito al veneziano Luigi Caburlotto, fondatore delle omonime Figlie di San Giuseppe, di essere beatificato il 16 maggio 2015. La storia è ar­ricchita di elementi di fantasia, per così dire “esterni” o “collaterali” rispetto al racconto delle vicende reali vissute dalla protagonista; l’invenzione, che nel testo non intacca e non sminuisce la valenza di assoluta attendibilità della te­stimonianza di Maria Grazia, non viene utilizzata per risaltare i punti centrali della storia (non ne avrebbero bisogno), ma solo per rendere maggiormen­te “avvincente” la lettura del testo. I due livelli procedono insieme e paralle­lamente; con gli elementi di fantasia, chiaramente distinti, che si innestano e intrecciano con quelli reali, per articolare maggiormente il plot narrativo. Maria Grazia, romana ma di origini abruzzesi, offre senza veli i momenti drammatici e dolorosi vissuti prima in un brefotrofio e poi in altri istituti di accoglienza per minori abbandonati. La sua permanenza “obbligata” presso l’ultima struttura in cui soggiornò, finì quando raggiunse la maggiore età. Un giorno prese la circolare rossa, il tram della linea esterna di Roma, per fuggi­re verso il mondo e la libertà che aveva sempre sognato. Ma non tutto, nel bene e nel male, si svolse come aveva preventivato. Colpiscono, nel libro, innanzitutto i trattamenti riservati ai bambini “ospi­ti” di strutture che erano tenute dalle suore. Anzi, oseremmo dire – senza esserci confrontati in alcun modo con essi – che gli autori di questo romanzo, diversamente da altri racconti di tal genere, in cui la fantasia o l’esagerazione predomina sulla realtà dei fatti, sicuramente sono stati soft e hanno omesso diversi altri particolari. Altri tempi, altro stile di educazione, altra mentalità, certamente. Tanti, però, come Maria Grazia. Tanti innocenti figli – dell’amore o della colpa? – che sono stati strappati all’abbraccio dei genitori. Tanti figli delle guerre che mai hanno conosciuto o che ricordano vagamente il volto del pa­dre o della madre. Tanti figli della miseria e della fame che sono stati costretti a vivere lontani dai loro affetti più cari e più naturali. Tanti, numerosissimi, troppi… Di chi la responsabilità? È facile, come spesso siamo abituati a sentire o a leggere, “scaricare” tutto su Dio: “Dov’era Dio?”. Dov’era e dov’è, oggi, di fronte agli attentati terroristici, alle grandi tragedie, alla sofferenza di interi popoli? Dov’era e dov’è dinanzi al letto della malattia o alle bare dei piccoli, dei giovani, degli innocenti? Dov’era e dov’è dinanzi all’uccisione di coloro che professano la fede nel Suo stesso nome? Dio c’era e c’è! Lo testimoniano con la loro delicata penna il prete-medico e il giornalista in queste pagine.

Dio c’era e c’è! Una canzone – Dio è morto – che aveva segnato il tempo di una generazione sembra tornare alla moda an­che nel nostro tempo con i suoi contenuti di rabbia e con il suo grido di dolore sulle “morti dell’uomo” e, conseguentemente, sulla “morte di Dio”. Noi, però, con don Carlo e Rosario, vogliamo gridare non la morte di Dio – avve­nuta in alcune scelte e alcuni comportamenti dell’uomo –, ma la sua risurre­zione, come canta la parabola della vita di Maria Grazia: vita di morte e di ri­surrezione, sugellata dal miracolo ricevuto per intercessione del beato Ca­burlotto. Abbiamo usato di proposito, per riassumere la vita straordinaria di que­sta donna, il termine “parabola”, nel senso geometrico ma anche letterario. Geometrico perché siamo dinanzi a una storia che si evolve, aperta sempre a un futuro di novità e di speranza, mai rinchiusa su se stessa, sulla sua pur le­gittima rabbia e disperazione. Letterario perché anche nelle parabole rac­contateci dal rabbi Gesù di Nazaret è il significato finale quello che conta, il messaggio che va oltre il paradosso dei contenuti e degli stessi personaggi, in­ventati o reali che siano. Un messaggio che, nella parabola di Maria Grazia, contagia e guarisce ancora altre vite, altre storie – come quella di Piero, il fantasioso giornalista inviatole da don Carlo – e che certamente non lascerà indifferente chi avrà la fortuna di leggere questo libro.

Dio c’era e c’è! Nella vita di Maria Grazia, nella vita dei tanti Piero, nella nostra vita, anche quando tutto sembra dirci il contrario… Ricordia­moci sempre queste parole dette dall’uomo – o dall’angelo? – che fermò la giovane mentre stava per suicidarsi: «Per nessuno l’esistenza è semplice, nemmeno per quelli che sembrano felici» (p. 102).

Dio c’era e c’è! E la parabola di Maria Grazia vuole dirci che il “miracolo” più grande, anzi quello vero, non è tanto la guarigione nel corpo ma quella nello spirito. Questa piccola donna è guarita innanzitutto dentro: quando ha saputo perdonare tutti, quando ha imparato a pregare veramente (con le parole del cuore e non con le formule senza significato imparate a memoria), quando non si è vergognata di piangere, quando, inerme, si è commossa di­nanzi ai palloncini colorati di una bimba, suo sogno di sempre per volare al di sopra del mondo e non sentirne il dolore, le delusioni, le sofferenze. Maria Grazia è guarita quando su tutto il suo passato è riuscita a scrivere una parola: amore.

Certo, amore chiama amore: se la nostra protagonista non avesse cono­sciuto suor Girolama, Figlia di San Giuseppe del Caburlotto, non avrebbe fatto esperienza nella sua vita di Dio, di quel Padre-Madre nell’amore di cui lo straordinario Giubileo della misericordia voluto da papa Francesco ha de­siderato farci comprendere la vera essenza, per poterla predicare, celebrare, praticare. Di questo padre materno ha bisogno il cuore dell’uomo, assetato di un grembo che avvolga, custodisca e generi instancabilmente alla vita. Di questo Padre-Madre nell’amore che ci ama rendendoci liberi hanno bisogno più che mai i giovani per capire che Dio non è il concorrente della nostra li­bertà, ma il fondamento di essa, la garanzia ultima della verità e della pace del nostro cuore: Dio sana l’angoscia con la medicina dell’amore e dissolve la pau­ra che abbiamo di perdere la nostra libertà facendoci sentire amati in un mo­do che non schiavizza, non crea dipendenze. L’amore non possiede! L’amore basta all’amore! Solo così potremo cantare, con Maria Grazia e con la dolce Vergine di cui ella porta il nome, fatti voce di tutti gli ‘anawîm della storia: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in genera­zione la sua misericordia per quelli che lo temono» (Lc 1,49-50). [Giuseppe Falanga]

 

1. La Scuola per un nuovo Umanesimo

don lorenzo milani
Don Lorenzo Milani a Barbiana

Mercoledì 15 marzo presso il Seminario Diocesano in Castellammare di Stabia (Napoli) si è svolto il primo degli incontri del “Corso di Aggiornamento di Religione Cattolica, anno scolastico 2016-2017”: «La Scuola per un nuovo Umanesimo». L’incontro, al quale hanno partecipato numerosi docenti aveva per tema: «Scuola-Cultura-Persona. Il contributo dell’Insegnamento della Religione Cattolica per la formazione della persona». Dopo la preghiera iniziale alla Vergine Madre, la direttrice dell’Ufficio Scuola dott.ssa Maria Rosaria Pirro Titomanlio, ha illustrato brevemente il Corso usando come canovaccio alcuni brani di don Milani con rimandi evangelici: «Finché ci sarà uno che conosce 2000 parole e uno che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo. La parola ci fa uguali» (riferimento: Mt 23,13). Don Milani seppe scuotere il mondo della scuola al punto da provocare un cambiamento nel modo di concepire l’insegnamento della lingua, le sue finalità e i suoi metodi. “Lettera a una professoressa” (1967) è l’opera che ha contribuito a diffondere le sue idee: ciò che più gli interessa non è la lingua in sé come fenomeno sociale, ma l’alunno nelle sue condizioni reali di povertà non solo materiale ma anche, e soprattutto, linguistica. E ancora. «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto» (riferimento: Mt 25,34-36). Queste parole assumono ancora più valore perché sono il “testamento” di uno che muore giovane: don Milani morirà il 26 giugno 1967 ad appena 44 anni, lasciando queste parole a Francuccio e Michele Gesualdi, due ragazzi della scuola di Barbiana. La relatrice è stata la dott.ssa Amalia Ponticelli, che in modo sintetico ma pieno di contenuti ha incluso l’aspetto religioso, filosofico, politico. Richiamando i concetti di Zygmunt Bauman, ricordava che in una società dove tutto è flessibile e precario, «liquido», che genera ansia, quando non angoscia, la componente che riguarda lo spirito, il religioso, (l’I.R.C. aggiungo io), rimane uno dei pochi «corpi solidi» che sfidano la modernità liquida. Il riferimento a Sartre è quasi d’obbligo non solo per la sua idea che Dio è «un’ipotesi inutile» ma, credo che la Ponticelli abbia voluto marcare “l’umanismo” del filosofo e non già il suo “umanesimo”. Avendo come sfondo il libro di Recalcati: “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre”, la relatrice parla di come le nuove generazioni appaiono sperdute tanto quanto i loro genitori. Alcuni non vogliono smettere di essere giovani, rincorrendo chimere e vivendo del passato, mentre i loro figli vivono in un tempo senza orizzonte, soli, privi di adulti “di riferimento”. Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre; prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola (ritorna il tema introdotto dalla Titomanlio). Il compito di Telemaco, scrive Recalcati, è quello che attende anche i nostri figli: come si diventa eredi? E cosa davvero si eredita se un’eredità è fatta di rovine? A questo punto la relatrice chiude parlando della riscoperta di un “umanesimo integrale”, un “umanesimo povero”!. Dopo la relazione della Ponticelli e le puntuali precisazioni della dott.ssa Titomanlio abbiamo avuto la gradita sorpresa di S. E. Mons. Alfano, il “nostro” Vescovo che è passato per ringraziarci e augurarci un sereno cammino. Sciamavamo verso l’uscita mentre l’interrogativo posto dalla dott.ssa Ponticelli mi tamburellava nella mente: «Un nuovo umanesimo ma per che tipo di uomo?».

Aniello Clemente.

Leggere Antigone dopo la “festa delle donne”

antigone 2Antigone è una tragedia di Sofocle, rappresentata forse per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C. L’opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe Creonte. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma troppo tardi, perché Antigone nel frattempo si è suicidata impiccandosi. Quanta dignità, quanta differenza con quanto da qualche tempo viviamo nella nostra società. Qualche tempo fa se non ricordo male nella trasmissione «Klauscondicio» fu chiesto se c’era «prostituzione nel mondo politico». Il deputato PDL Giorgio Stracquadanio tranquillamente rispose che «è assolutamente legittimo che ognuno di noi utilizzi quel che ha, l’intelligenza o la bellezza che siano». E, fin qui, anch’io sono d’accordo, a maggior ragione se le due caratteristiche sono combinate. Ma il deputato, per eccesso di zelo, aggiunse che se anche un deputato/a «ammettessero di “essersi venduti” per un posto in lizza, non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera o il Senato». Non metto in dubbio che una persona bella sappia anche gestire un ruolo politico ma dove si trova la connessione e giustificazione tra prostituzione ed elezione? Cioè una persona eletta in siffatto modo può essere simbolo di legalità e meritocrazia? Ecco che c’entra Antigone. Sofocle illustra in questo dramma l’eterno conflitto tra autorità e potere. Il contrasto tra Antigone e Creonte si riferisce infatti (almeno in parte) alla disputa tra leggi divine e leggi umane. Le prime, i cosiddetti àgrapta nòmima: corpus di leggi consuetudinario, ritenuto di origine divina, sono infatti difesi da Antigone, mentre Creonte si affida al nòmos, corpus delle leggi della polis. Il punto di forza del ragionamento di Antigone si fonda appunto sul sostenere che un decreto umano non può non rispettare una legge divina: «A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degl’Inferi, Dice, fissò mai leggi simili fra gli uomini. Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove»[1]. In una società come quella dell’antica Grecia dove la politica è esclusiva degli uomini, il ruolo di dissidente della giovane donna Antigone si carica di molteplici significati, ed è rimasto anche dopo millenni un esempio sorprendente di complessità e ricchezza drammaturgica. La ribellione di Antigone non riguarda infatti soltanto la sottomissione al nomos del re, ma anche il rispetto delle convenzioni sociali che vedevano la donna come sempre sottomessa e rispettosa della volontà dell’uomo (in tutta la Grecia ma ancor più ad Atene)[2]. Creonte trova intollerabile l’opposizione di Antigone non solo perché si contravviene a un suo ordine, ma anche perché a farlo è una donna. In questo senso, le azioni di Antigone potrebbero anche essere considerate un atto di hýbris, di tracotanza. Allora mia moglie, le mie figlie, le mie amiche, tanti di voi, io per primo, siamo “tracotanti”: perché desideriamo costruire un futuro che rigetti il modello della “donna oggetto” e una deputata, un manager, una docente, un’operaia, valga per quello che è, e non per quello che appare.

[1] Sofocle, Antigone vv. 484-485.

[2] Cf. S. B. Pomeroy, Donne in Atene e Roma, Einaudi, 1978.