Unità dei cristiani: Lutero

Qualcuno, preferisco non citare per evitare sterili polemiche, ha detto che, seppure non nelle sue intenzioni, Lutero avrebbe “distrutto” la chiesa e la sua ecclesiologia. La mia è una teologia “in ginocchio” e, quindi, chiedo aiuto al magistero in cui credo e che ho giurato di servire, per esprimere il mio pensiero in merito a Lutero.

lutero 2Scrive Goethe: «Non ci rendiamo veramente conto fino a che punto dobbiamo essere grati a Lutero e alla Riforma in genere. Ci siamo liberati dai lacci della ristrettezza di mente, grazie allo sviluppo della nostra cultura personale abbiamo acquisito la capacità di ritornare alle fonti e di comprendere il cristianesimo nella sua purezza. Abbiamo di nuovo il coraggio di stare con i piedi ben piantati sulle terra di Dio e di sentire la presenza divina nella nostra natura umana. La cultura intellettuale continui pure a progredire, le scienze naturali crescano tranquillamente in ampiezza e profondità, lo spirito umano si estenda quanto vuole: con tutto questo non riuscirà mai a superare l’altezza e la cultura morale del cristianesimo, come splende e rifulge nei Vangeli! […]. E, via via, da un cristianesimo della parola e della fede passeremo tutti a un cristianesimo del sentimento e dell’azione»[1].

[1] Cf. J. P. Eckermann, Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita, E. Gianni (cur.), A. Vigliani (trad.), Einaudi, Torino 2008, 596-598.

3. Letteratura e poesia ponte tra i popoli. L’ontologia dell’alterità

letteratura 2È certo che tanti pensatori, più o meno legati all’esistenzialismo, hanno assegnato un luogo centrale al dialogo e all’ontologia della alterità: il Sartre di l’Être et le néant (1943), e soprattutto Martin Buber[1]. Nel 1956 Stephen Gilman pubblica The Art of «La Celestina», in cui l’originalità di Fernando de Rojas viene determinata nell’uso delle parole come traiettoria vitale e dinamica che dirige un «io» verso un «tu», trasformando il dialogo in «axis of spoken life», l’asse della vita più profonda: «the word in La Celestina is a bridge between speaker and listener, the meeting place of two lives», «La parola, nella Celestina è il ponte fra il parlante e l’ascoltatore, il luogo d’incontro di due vite»[2]. L’uomo è effettivamente eterogeneo, e questa sua essenziale diversità corrisponde alla necessità di una espressione verbale che in ogni momento manifesti la presenza nell’essere dell’altro, la coscienza dell’altro, la risposta alle parole dell’altro[3]. «La parola nella lingua è per metà quella di un altro»[4], si ricordi che per Bachtin l’uomo è un essere dialogico, inconcepibile senza l’altro, impregnato di alterità. Se «i cieli e la terra narrano la gloria di Dio», perché non potrebbe farlo ogni uomo, soprattutto quando è toccato nel suo cuore da Dio stesso?

[1] Lo indica con esattezza T. Todorov, Mikkail Baktine: le principe dialogique, Seuil, Paris 1981, 151-152; (trad. it. Michail Bachtin. Il principio dialogico, Einaudi, Torino 1990).

[2] S. Gilman, The Art of «La Celestina»,Wis., U. of Wisconsin P., Madison 1956,20, 23.

[3] Cf. C. Guillén, L’uno e il molteplice. Introduzione alla letteratura comparata, A. Gargano (trad.), Il Mulino, Bologna 1992, 260. [Ed. or. Entre lo uno y lo diverso. Introducción a la literatura comparada, Editorial Crítica, Barcelona 1985].

[4] M. M. Bactin, The Dialogic Imagination, ed. M. Holquist e C. Emerson, U. of  Texas P. 1981, Austin, Tex., 293: «the word in language is half sameone lese’s».

 

 

Il piccolo Charlie… un agnello immolato!

gesù-e-lagnello.jpgActa est fabula[1] (lo spettacolo è finito), tra lungaggini, ignoranze, stupidi cavilli burocratici contrap- posti al dolore di due giovani sposi e alle attese, le speranze, le pre- ghiere di tanta gente, è calato il sipario sulla scena umana del piccolo Charlie. Paradossalmente, nell’epoca delle “comunicazioni” è mancato il dialogo: da dialogos, ossia attraverso e oltre le parole. Si fa dialogo incontrando l’altro, a contatto con il prossimo. È indos- sare i panni dell’altro e, nella logica dell’incarnazione, è compas- sione, ossia sentire, provare, pren- dere su di sé, la miseria, il peccato, dell’altro. Il dialogo è accoglienza: “Io accolgo te”, cioè un atto sponsale che apre e crea la comunione[2]. Ci conforta sapere che la vergine Madre lo sta già coccolando tra le sue amorevoli mani contendendolo a Sant’Anna e alle tante Sante madri di cui è costellato il nostro calendario. Furtivo si avvicina San Giovanni, il Battista, e dice sommessamente: «Ecco un piccolo agnello di Dio». Anche il piccolo Charlie sta a indicare al mondo Gesù Cristo quale Agnello di Dio, come colui che ha dato la sua stessa vita per la salvezza dell’umanità. Non si è trattato di indicarlo con le parole ma con la vita, spendendo tutte le sue piccole energie per stare dietro di lui, come vero discepolo, come quei “piccoli” che Gesù tanto amava! L’agnello è simbolo di docilità, di purezza, ma altresì di capro espiatorio, di colui che prende su di sé tutto il male del mondo. «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Il verbo che viene tradotto con “toglie” significa letteralmente “sollevare”, “prendere su di sé”. Gesù è venuto nel mondo con una missione precisa: liberarlo dalla schiavitù del peccato, caricandosi le colpe dell’umanità. In che modo? Amando! Non c’è altro modo di vincere il male e il peccato se non con l’amore che spinge al dono della propria vita per gli altri. Agli affranti genitori posso solo ricordare che: «Quando ho pianto il mio dolore nel campo della pazienza, esso mi ha dato il frutto della felicità» (K. Gibran). Il piccolo Charlie, come Gesù, ha incarnato i tratti del Servo del Signore, che «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4). Nel Nuovo Testamento il termine “agnello” ricorre più volte e sempre in riferimento a Gesù. Questa immagine dell’agnello potrebbe stupire; infatti, un animale che non si caratterizza certo per forza e robustezza si carica sulle proprie spalle un peso così pesante. La massa enorme del male viene tolta e portata via da una creatura debole e fragile, simbolo di obbedienza, docilità e di amore indifeso, che arriva fino al sacrificio di sé. L’agnello non è un dominatore, ma è docile; non è aggressivo, ma pacifico; non mostra gli artigli o i denti, ma sopporta ed è remissivo. E così è Gesù: così è Charlie, come un agnello! Ciao piccolo, ti vogliamo bene.

Iannucci Maria Grazia – Aniello Clemente.

 

[1] Sono le celebri parole dell’Imperatore Ottaviano che proferì poco prima di morire.

[2]Cf. E. Scognamiglio, Recensioni in Asprenas, vol. 63 (2016), 200.