Unità dei cristiani: Lutero

Qualcuno, preferisco non citare per evitare sterili polemiche, ha detto che, seppure non nelle sue intenzioni, Lutero avrebbe “distrutto” la chiesa e la sua ecclesiologia. La mia è una teologia “in ginocchio” e, quindi, chiedo aiuto al magistero in cui credo e che ho giurato di servire, per esprimere il mio pensiero in merito a Lutero.

lutero 2Scrive Goethe: «Non ci rendiamo veramente conto fino a che punto dobbiamo essere grati a Lutero e alla Riforma in genere. Ci siamo liberati dai lacci della ristrettezza di mente, grazie allo sviluppo della nostra cultura personale abbiamo acquisito la capacità di ritornare alle fonti e di comprendere il cristianesimo nella sua purezza. Abbiamo di nuovo il coraggio di stare con i piedi ben piantati sulle terra di Dio e di sentire la presenza divina nella nostra natura umana. La cultura intellettuale continui pure a progredire, le scienze naturali crescano tranquillamente in ampiezza e profondità, lo spirito umano si estenda quanto vuole: con tutto questo non riuscirà mai a superare l’altezza e la cultura morale del cristianesimo, come splende e rifulge nei Vangeli! […]. E, via via, da un cristianesimo della parola e della fede passeremo tutti a un cristianesimo del sentimento e dell’azione»[1].

[1] Cf. J. P. Eckermann, Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita, E. Gianni (cur.), A. Vigliani (trad.), Einaudi, Torino 2008, 596-598.

Santo Stefano: morire per la propria fede (At 6,8-12;7,54-60)

SantoStefanoIn quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al Sinedrio. Tutti quelli che sedevano nel Sinedrio, [udendo le sue parole,] erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

 

Cristo re dell’universo

Cristo_Re_delluniverso_ROggi per i cattolici si conclude l’Anno Liturgico: è il nostro capodanno, auguri a noi e alle nostre famiglie. Celebriamo la solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo. Sappiamo dai Vangeli che Gesù rifiutò il titolo dire quando era inteso in senso politico, alla stregua dei “capi della nazioni” (cf. Mt 20,24). Invece durante la sua passione egli rivendicò una singolare regalità davanti a Pilato, il quale l’interrogò esplicitamente: «Tu sei re?» e Gesù rispose: «Tu lo dici, io sono re» (Gv 18,37). Vorrei riflettere con voi proprio su quell’«io sono!». Una dichiarazione riportata da Giovanni mette vigorosamente in luce l’Incarnazione della presenza in Gesù: «Amen, amen, io vi dico: prima che Abramo venisse all’esistenza, io sono» (8,58). L’espressione «io sono» (ego eimi) ci rinvia alla scena dell’Esodo (3,14) in cui YHWH aveva rivelato il suo nome a Mosè: «Io sono». Attraverso questo nome, YHWH non si attribuiva un’esistenza astratta, come potrebbe suggerire la traduzione: «Io sono colui che è»; si definiva attraverso una presenza concreta. Egli è il sempre presente, di una presenza che non può essere soppressa e che rimane immutabilmente fedele. L’«Io sono» garantisce la promessa fatta a Mosè per il compimento della sua missione: «Io sarò con te» (Es 3,12). È questa presenza divina che permane sempre in Gesù. Il contesto rivela che l’«Io sono» affermato da Gesù è quello del Figlio (Gv 8,54); è dunque distinto da quello del Padre, ed introduce perciò nell’«Io sono» una distinzione prima sconosciuta. Nel vangelo giovanneo, quest’attribuzione dell’«Io sono» non è isolata. Gesù dirige particolarmente su di essa la fede: «Se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati» (8,24). «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che io sono» (8,28). «Ve lo dico fin d’ora, prima che il fatto accada, affinché, quando sarà accaduto, crediate che io sono» (13,19). Notiamo che la formula permette a Gesù una perfetta incarnazione della sua affermazione di identità divina. Gli consente di dire «sono io» così come lo dicono gli altri uomini quando arrivano dai loro familiari e si fanno riconoscere da essi. È così che la si trova in altri contesti evangelici, a conclusione dell’incontro con la Samaritana (Gv 4,26), al momento dell’arresto (Gv 18,5.6.8), nei quali essa ha innanzitutto il significato normale che il dialogo le conferisce, ma nello stesso tempo anche un significato misterioso che è suggerito da taluni indizi del racconto. Nel caso della Samaritana infatti, Gesù aveva offerto l’acqua viva, quella che zampilla di vita eterna (Gv 4, 10-14), cosicché se rivendica la qualità di Messia dicendo: «sono io, che ti parlo», pone questo messianismo ad un livello divino attribuendosi il potere di comunicare la vita divina. L’insinuazione del mistero divino non è meno attestata nel momento in cui Gesù, dicendo «sono io», fa indietreggiare quelli che vengono ad arrestarlo, tanto che alcuni cadono a terra, come se dovessero riconoscere loro malgrado la sua sovranità. Particolarmente interessante è la concordanza del quarto vangelo con Matteo e Marco nell’episodio di Gesù che cammina sulle acque. Tutti e tre riportano la formula: «Sono io, non temete» (Mt 14,27; Mc 6,50; Gv 6,20). È il «sono io» familiare di un uomo che raggiunge i suoi amici, ma anche di colui che manifesta la sua potenza divina nel suo dominio sulla natura. Dietro a queste parole, ritroviamo ancora il Deutero-Isaia: «Non temere… perché sono io, YHWH, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo Salvatore» (Is 43, 1-3). Si potrebbe anche dire che per giustificare questo avvicinamento, Gesù è avanzato sul lago, giacché l’oracolo riferiva: «Se dovrai passare attraverso le acque, io sono con te; attraverso i fiumi, essi non ti sommergeranno» (43,2). Tutto si svolge come se Gesù avesse «incarnato» questo annunzio profetico, realizzando sensibilmente il passaggio attraverso le acque per essere con i suoi discepoli. Il «sono io» risuona dunque come quello di YHWH nell’Antico Testamento, e in un certo senso anche in modo più impressionante, in virtù di una presenza sensibile, umana. L’accordo con i Sinottici conferma che la formula ego eimi ha un solido fondamento nella tradizione e non è “un’invenzione” teologica di Giovanni. Il contesto ha proprio il vantaggio di mostrare che Gesù poteva servirsi di questa locuzione nel modo più naturale, ma caricandola di un contenuto segreto, sia in virtù delle circostanze che di una evocazione di testi profetici. I Sinottici, almeno Matteo (14,62) e Luca (22,70), presentano la formula anche in un’altra occasione, nella dichiarazione più solenne e decisiva che Gesù abbia fatto sulla sua identità. Non si potrebbe comprendere l’ego eimi della risposta a Caifa nel semplice significato di «io lo sono», cioè «io sono il Figlio di Dio». Gesù vuol certamente affermare di essere il Figlio di Dio, ma esprime ciò nel proprio linguaggio, dicendo «sono io» o «io sono», come YHWH aveva  detto nell’Antico Testamento. Egli sa che con questa risposta si rende reo di bestemmia agli occhi dei suoi avversari e provoca la sua condanna, ma la formula implica proprio una persistenza nell’essere, capace di superare la morte. L’ego eimi esprime una presenza che non potrà più essere tolta da questo mondo. Infine, dopo la risurrezione, è ancora per mezzo di questa formula che Gesù fa riconoscere la propria identità dai suoi discepoli: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io» (Lc 24,39). In quest’ultimo caso bisogna constatare che anche nel suo nuovo stato di risorto, la sua presenza divina rimane incarnata. Questa presenza, assicura Gesù, perdurerà in eterno a favore dei suoi discepoli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi» (Mt 28,20). La formula dell’alleanza veterotestamentaria: «Io sarò con te» (Es 3,12) acquista la sua forma definitiva, con una novità eccezionale, quella della presenza divina che non cesserà più di essere contemporaneamente presenza umana. Pienamente incarnato l’«Io sono» o il «sono io» è tanto più inseparabile dal «con voi». Godiamo, dunque, di questa festa che ci ricorda che non siamo sudditi di un re ma suoi fratelli e amici.

Aniello Clemente.

 

«Ogni anno il due novembre c’è l’usanza…»

trasfigurazione2
Siamo destinati a un futuro di luce e gloria, abituiamo già qui i nostri occhi allo splendore della risurrezione

Abbiamo saputo trasformare il Mare nostrum in mare mostrum, che ormai, stancamente, come inutile rito sacrificale, ci restituisce le innocenti vittime immolate alla stupidità e indifferenza degli uomini: un’inutile strage! E mi tornano a mente le parole del papa Benedetto XV: «a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di … giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage»[1]. Ho sempre pensato che in certi casi il miglior balsamo è il silenzio ma, a fior di labbra, dedico a questi nuovi angeli e ai nostri defunti queste piccole considerazioni affinché non solo il 2 novembre, ma sempre i nostri cari defunti siano a noi vicini: «Memoriam minuitur nisi eam exerceam» (La memoria diminuisce se non viene esercitata). Un vecchio monaco aveva appeso accanto al suo letto, dentro un’antica cornice tarlata, un grande cartello in cui a grossi caratteri aveva scritto di suo pugno «quando sarò in agonia, fatemi la carità di intonare questo “Salmo”: «quale gioia quando mi dissero: andiamo alla casa del Signore» (Salmo 121). Gli fa eco il Salmo 125: «… chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni». É una speranza che non nasce dall’uomo né si appoggia sull’uomo. Emerge e si rivela proprio quando, a livello umano, non appare un minimo di spazio su cui ragionevolmente appoggiarla. La certezza dei covoni portati con giubilo «nel tornare» si dilata negli spazi aperti da Cristo: dalla beatitudine delle lacrime al seme gettato nel solco, alla vite potata dal Padre, dal Getsemani, dal Calvario, dal sepolcro sigillato, alla notte della risurrezione, all’ascensione in cielo, all’avvento finale dell’Agnello vittorioso. «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me». É la promessa di Gesù per riporre nei granai del cielo i covoni della semente gettata «nelle lacrime».

Aniello Clemente.

[1] Benedetto XV, Lettera del santo padre ai capi dei popoli belligeranti, Città del Vaticano, 1 Agosto 1917, AAS IX [1917] 421-423.

3. Letteratura e poesia ponte tra i popoli. L’ontologia dell’alterità

letteratura 2È certo che tanti pensatori, più o meno legati all’esistenzialismo, hanno assegnato un luogo centrale al dialogo e all’ontologia della alterità: il Sartre di l’Être et le néant (1943), e soprattutto Martin Buber[1]. Nel 1956 Stephen Gilman pubblica The Art of «La Celestina», in cui l’originalità di Fernando de Rojas viene determinata nell’uso delle parole come traiettoria vitale e dinamica che dirige un «io» verso un «tu», trasformando il dialogo in «axis of spoken life», l’asse della vita più profonda: «the word in La Celestina is a bridge between speaker and listener, the meeting place of two lives», «La parola, nella Celestina è il ponte fra il parlante e l’ascoltatore, il luogo d’incontro di due vite»[2]. L’uomo è effettivamente eterogeneo, e questa sua essenziale diversità corrisponde alla necessità di una espressione verbale che in ogni momento manifesti la presenza nell’essere dell’altro, la coscienza dell’altro, la risposta alle parole dell’altro[3]. «La parola nella lingua è per metà quella di un altro»[4], si ricordi che per Bachtin l’uomo è un essere dialogico, inconcepibile senza l’altro, impregnato di alterità. Se «i cieli e la terra narrano la gloria di Dio», perché non potrebbe farlo ogni uomo, soprattutto quando è toccato nel suo cuore da Dio stesso?

[1] Lo indica con esattezza T. Todorov, Mikkail Baktine: le principe dialogique, Seuil, Paris 1981, 151-152; (trad. it. Michail Bachtin. Il principio dialogico, Einaudi, Torino 1990).

[2] S. Gilman, The Art of «La Celestina»,Wis., U. of Wisconsin P., Madison 1956,20, 23.

[3] Cf. C. Guillén, L’uno e il molteplice. Introduzione alla letteratura comparata, A. Gargano (trad.), Il Mulino, Bologna 1992, 260. [Ed. or. Entre lo uno y lo diverso. Introducción a la literatura comparada, Editorial Crítica, Barcelona 1985].

[4] M. M. Bactin, The Dialogic Imagination, ed. M. Holquist e C. Emerson, U. of  Texas P. 1981, Austin, Tex., 293: «the word in language is half sameone lese’s».