5. “Crocifissi col Crocifisso”. Antonio Ascione: Fenomeni mistici tra simbolismo, pietà popolare e rischi di derive.

ascione 1Il prof. Ascione, Docente di Filosofia, affronta il tema dal punto di vista dell’antropologia religiosa. La pluralità delle manifestazioni religiose, non solo quelle odierne, ma anche quelle del passato, ci dicono che l’uomo è per natura homo religiosus. È difficile per l’osservatore attento trovare nella vita spirituale degli uomini un fattore che abbia svolto, nel corso dei secoli, un ruolo così decisivo come la religione. Lo lasciano intendere i simboli religiosi, i racconti dei miti e le celebrazione dei riti, che costituiscono le costanti del sacro nella storia religiosa dell’umanità[1]. Precisando che questi fenomeni mistici cristiani andrebbero scomposti lessicalmente come: fenomeni; mistici; cristiani. Cioè vedere il tutto in una prospettiva simbolica con altre manifestazioni non cristiane. A mo’ di esempio ci ricorda che già Platone, Plutarco («dobbiamo noi ravvisare Tolommeo Filopatore, detto anche Trifone, cioè voluttuoso, e Gallo, secondo che riferisce l’autore del grad’Etimologico greco, perché portava le stimmate, ed impronte dell’Edera a guisa de’ sacerdoti di Cibele»[2]); («Così dunque tra frivole incertezze ed obbiezioni cavillose s’aggira Plutarco; e conchiude col sentenziare che Erodoto non solo mentisce, ma mentisce impudentemente, e senza criterio. Quelle stigmate, dic’egli, sarebbero grande difesa a Tebe contro la calunnia d’Erodoto…[3]»; Plotino (Enneidi, 4) parlavano di questi particolari fenomeni mistici. Allora viene da chiederci qual è il messaggio di quel simbolo “crocifisso” per noi cristiani? Poeticamente, e qui parla il presbitero e non il filosofo, è da vedere come una «unione mistica sponsale!». Un testo in particolare esprime mirabilmente il dialogo d’amore tra due Sposi: il Cantico dei Cantici, considerato «un continuato inno nuziale», espressione di amore umano e nello stesso tempo dell’amore tra Dio e il suo popolo, e ancora tra Dio e il fedele. Così nella storia dell’amato e dell’amata è presente la storia suprema di Dio e del suo popolo. È soprattutto «la storia di una ricerca continua: Dio cerca l’uomo e l’uomo cerca Dio». Questa fase della storia della salvezza coincide con il tempo della formazione della Sposa, Ecclesia praeformatio. La fase successiva, descritta nel Nuovo Testamento, è il momento di tale unione, quando «Cristo Sposo lascia suo Padre» per unirsi alla sua Sposa, l’umanità, quando la Parola diventa carne, quando la nuova ed eterna Alleanza, annunciata dai profeti, si realizza a Nazareth nel momento in cui l’angelo annuncia a Maria la scelta di Dio ed ella acconsente al disegno divino. Anche tutta l’attività terrena di  Gesù, esplicitata con parole e gesti: annunciare il Regno, guarire gli ammalati, risuscitare i morti, perdonare i peccatori, dare cibo agli affamati, celebrare la pasqua ebraica e la sua, può essere ricondotta alla tipologia nuziale, specialmente presa al suo culmine, la croce, altro luogo simbolico dove si consumano le nozze con la sua fidanzata. Sulla croce, «talamo, trono ed altare», Cristo «chinato il capo, spirò», e «uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua». Quest’avvenimento è interpretato unanimemente dalla Tradizione e dalla Liturgia come evento nuziale che attua quanto era stato prospettato in Genesi. A margine, ma non per vena polemica, Ascione si rammarica che il Direttorio sulla pietà popolare di questo particolare fenomeno ne parla solo al n. 90.

[1] Per un approfondimento cf. A. Ascione, Sulle tracce del sacro. Introduzione all’antropologia religiosa, passionEducativa, Benevento 2012, specialmente Il sacro della scienza delle religioni, 27-48 e Simbolo e simbolismo, 85-102.

[2] Opuscolo di Plutarco. Come discernere il vero amico dall’adulatore. Recato dalla Greca nella Italiana favella Dal D. L. V. M., Roma MDCCXCVI, Da’ Torchj dell’Ospizio Apostolico di S. Michele a Ripa, presso Damaso Petretti (Con Licenza de’ Superiori), 41.

[3] Le Nove Muse di Erodoto Alicarnasseo tradotte e illustrate da Andrea Mustoxidi (Tomo Quarto: La Polimnia ovvero Il settimo libro delle Istorie di Erodoto), Milano coi Tipi di Paolo Andrea Molina, Contrada dell’Agnello, n. 963, (1842), 288.

3. “Crocifissi col Crocifisso”: Luigi Borriello: Nuove zone dove lo Spirito aleggia e dona vita.

NUOVO-DIZIONARIO-DI-MISTICA-ridotto-1Il prof. Borriello è Docente di Spiritualità presso la sez. S. Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Poiché sicuramente altri si occuperanno di dare risalto al suo intervento desidero segnalare il prof. Borriello per la pubblicazione del Dizionario di mistica[1]. In questo dizionario si vuole dare un contributo di chiarificazione al problema della mistica oggi, concentrando l’attenzione soprattutto sulla mistica cristiana, non trascurando qualche accenno alla mistica delle altre religioni. Per fare ciò, occorre, prima di tutto, definire la mistica cristiana. «Se bisogna intendere per “mistica”, scrive H. de Lubac, una certa perfezione raggiunta nella vita spirituale, una certa unione effettiva alla Divinità, allora, per un cristiano non può trattarsi d’altro che dell’unione col Dio Tri-personale della rivelazione cristiana, unione realizzata in Gesù Cristo e per mezzo della sua grazia; dono “infuso” di contemplazione “passiva”. Parimenti, se la parola “spiritualità” connota lo Spirito Santo, diviene evidente che ha solo un significato cristiano»[2]. In questo dizionario molto spazio è dato proprio all’esperienza mistica vissuta in tutti i tempi e in tutte le aree geografiche. La proposta attualizzante del presente dizionario gli conferisce alcuni tratti distintivi. Prima di tutto un’attenzione alla differenza e all’unità sottesa tra ascesi, mistica e spiritualità. Quest’ultima, sulla base dei dati della rivelazione cristiana, studia l’esperienza cristiana nel suo sviluppo dinamico: la vita secondo lo Spirito, evidenziandone strutture e leggi, entro le caratteristiche psicologiche del soggetto umano proteso alla perfezione. La mistica, invece, va intesa come presa di coscienza dell’esperienza caritativa della comunione interpersonale tra Dio e l’uomo, quindi riguarda essenzialmente tale esperienza di Dio inabitante, provocata nell’anima da una speciale mozione dello Spirito Santo. La mistica cristiana, è, dunque, intrinsecamente soprannaturale, completamente agganciata alla grazia divina. Non si può dare alcuna esperienza autentica del mistero di Dio che sia di ordine naturale, possibile con le sole forze della natura umana. Il compito specifico della teologia mistica consiste nella riflessione critica e sistematica su tale esperienza fondamentale, cristiana, coscientemente aperta allo Spirito e accolta passivamente nel proprio intimo, cioè collaborando attivamente all’azione divina. Per questo motivo, il criterio di fondo che regge tutta la struttura del dizionario è quello teologico, debitamente integrato dai preziosi contributi offerti dalle discipline scientifiche e antropologiche, come la storia, la filosofia, la psicologia, ecc. Lo studio parallelo e convergente di tali discipline fornisce i principi ermeneutici e i criteri di valutazione sia della vita mistica che delle sue manifestazioni straordinarie, sia della rilevanza spirituale che della eventuale valenza soprannaturale delle mistiche non cristiane. Si è sempre tenuto in considerazione che tale esperienza mistica ha una sua originale struttura-guida in un Dio trascendente ma che si rivela in Gesù Cristo nel cangiante divenire storico. Pertanto, diverse voci sono dedicate a correnti storiche della mistica, a mistici ed autori mistici. L’accentuazione del presente non abolisce né trascura il passato che, al contrario, viene valorizzato come memoria che costruisce ed ispira il presente.

[1] L. Borriello – E. Caruana – M. R. Del Genio – N. Suffi (a cura), Dizionario di Spiritualità, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998.

[2] H. de Lubac, Mistica e mistero cristiano, Milano 1979, 7-8.

2. “Crocifissi col Crocifisso”: François-Marie Léthel,: L’amore verso Gesù Crocifisso, la devozione mariana, la verginità, le stimmate.

LethelNato a Parigi nel 1948, è entrato nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (Provincia di Parigi) nel 1967 ed è stato ordinato sacerdote nel 1975. Dopo la licenza in Filosofia, ha ottenuto la licenza in teologia, ha conseguito il dottorato in Teologia all’Università di Friburgo (Svizzera) nel 1989. Padre Léthel vive a Roma dal 1982, insegnando la teologia dogmatica e spirituale presso la Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. Nominato Consultore per la Cause dei Santi da Giovanni Paolo II nel 2004, è stato anche nominato Prelato Segretario della Pontificia Accademia di Teologia da Benedetto XVI nel 2008. Tra i suoi numerosi studi sulla teologia dei santi, si possono indicare specialmente i libri su Teresa di Lisieux: L’Amore di Gesù. La cristologia di santa Teresa di Gesù Bambino (Roma, 1999, Libreria Editrice vaticana): Teresa è cosciente di condividere con Maria questo amore materno, e anche di raggiungere ogni madre del mondo, anche la più povera, la più ferita. Lo mostra chiaramente nella sua opera teatrale La fuga in Egitto, il testo più importante riguardo a questa corda materna. Teresa di Lisieux è una donna Dottore della Chiesa, che non ha studiato all’università, ma che rappresenta perfettamente la stessa teologia femminile, più simbolica e più incarnata di quella maschile. Per il tema da lui oggi trattato di P. Léthel segnaliamo anche: Luigi Maria di Montfort: L’amour de Jésus en Marie (Genève, 2000, ed. Ad Solem, 2 vol.) e Gemma Galgani: L’Amore di Gesù Crocifisso Redentore dell’uomo. Gemma Galgani (Roma, 2004, Libreria Editrice Vaticana). I santi sono i maestri di una antropologia cristocentrica, che è una antropologia dell’amore, interamente fondata nella carità, unico amore di Dio e dell’Uomo in Cristo Gesù. I santi sono autentici teologi, cioè conoscitori di Dio, perché in essi si verifica l’affermazione dell’Apostolo: “chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Il dono totale di sé alla persona amata ha come conseguenza necessaria il possesso totale della persona amata: darsi totalmente all’altro è allo stesso tempo aprirsi al dono totale che l’altro fa di se stesso, e riceverlo totalmente. Così paradossalmente, l’amore sponsale di Gesù è l’amore più oblativo e più possessivo. La complementarietà dei Padri, Dottori e Mistici è come il prisma che rivela i colori più belli del Mistero di Cristo, Luce di Dio venuta nel mondo[1].

[1] Cf. F.-M Léthel, Aspetti dell’antropologia dei santi, in Antropologia cristiana: Bibbia, teologia, cultura, Città Nuova, 2001.

“Crocifissi col Crocifisso”. L’esperienza mistica in una società di grande attivismo

convegno crocifissoDomani (19 maggio) dalle ore 9,30 alle 13, alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sez. «S. Tommaso d’Aquino» – a Napoli, in Viale Colli Aminei n. 2,  si terrà un Convegno di Studi che analizzerà il «fenomeno multiprosopettico» dei “Crocifissi” (S. Francesco d’Assisi, San Pio da Pietrelcina, Teresa Musco…), che unisce spiritualità, ascetica e mistica. Coordinati dal prof. Pasquale Giustiniani, interverranno i Docenti della Facoltà: Luigi Borriello, Gaetano Di Palma, Antonio Ascione, Giuseppe Falanga, Giampiero Tavolaro e il prof. François-Marie Léthel docente di Spiritualità al Teresianum di Roma.

Scrive Pàvel Nikolàjevič Evdokìmov che: «la tradizione orientale non ha mai fatto una netta distinzione fra “mistico” e “teologico”, cioè tra l’esperienza personale dei misteri divini e il dogma professato dalla Chiesa. Essa non ha mai conosciuto alcun divorzio tra la teologia e la spiritualità, né la devotio moderna con le sue forme di pietà individuale. L’esperienza mistica vive il contenuto della fede comune e la teologia lo ordina e lo riduce a sistema. Così la vita di ogni fedele, asceta o mistico, è strutturata dall’elemento dogmatico della liturgia e la dottrina riferisce l’esperienza intima della verità vissuta dai santi e dai Padri della Chiesa. La teologia è mistica e la vita mistica è teologica; questa è il vertice della teologia, teologia per eccellenza, contemplazione della trinità». La kenosi di Cristo è un termine biblico: egli, uguale a Dio, si è abbassato fino a morire in croce per la nostra salvezza. Dopo la caduta dell’uomo, l’abisso fra la natura divina e quella umana è diventato talmente profondo che l’incarnazione del Verbo è una croce che prende su di sé, pertanto la kenosi del Dio assolutamente impassibile diventa sofferenza. Ma il fine dell’incarnazione è portare la felicità divina in questa sofferenza umana. Il Cristo sofferente è tutt’uno con il Cristo glorioso, in quanto la sofferenza stessa, per mezzo di lui, diventa gloriosa. Per questo si parla di una mistica della sofferenza, soprattutto in ambito russo. La riflessione sulla sofferenza e sulla morte risveglia, da sempre, una riflessione di tipo metafisico o religioso. La sofferenza è legata all’esistenza stessa della persona e della coscienza personale. L’espressione di Dostoevskij «la sofferenza è un bene, perché tutto espia» riassume la lunga tradizione degli strastoterpcy russi (“coloro che soffrono la passione”), ossia di coloro che accettano di patire ogni sorta di persecuzioni ingiuste, riconoscendovi i segni di un’elezione speciale per la purificazione del mondo. Se la sofferenza e la morte acquistano un valore positivo questo è solo per mezzo dell’unione con la morte di Cristo. Quali sono dunque le condizioni per essere sicuri di morire con Cristo, affinché la morte sia un segno di vittoria? Secondo la tradizione, la morte che santifica, è per eccellenza il martirio, il dare la propria vita per la fede in Cristo[1].

Aniello Clemente.

[1] Cf. A. Lotti, La mistica nell’oriente cristiano, in La mistica come via di ricerca della Verità – Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti; Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti – Sito web: http://www.mistica.info – E-mail: misticainfo@libero.it

Quaresima luogo di preghiera

assunzione 5Pregare non è trovare le argomentazioni più valide per indurre Dio ad acconsentire ai nostri bisogni e ai nostri desideri. Pregare è avere in sé lo spirito di figli per chiamare Dio «Abbà». In questi giorni abbiamo contemplato il Volto trasfigurato di Gesù, anche per noi, dice papa Francesco, c’è bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore. Eppure l’incontro con Dio nella preghiera ci spinge a scendere dalla montagna per andare incontro alle necessità dei fratelli. Quando abbiamo nel cuore la Parola di Gesù ella cresce dandola all’altro[1]. Per questo, la vera preghiera, tocca il cuore del padre che trabocca di amore per coloro che lo riconoscono come Padre. Preghiera è anche tacere al suo cospetto: Gesù ha detto: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Gesù non ha sprecato parole: tutto il suo insegnamento l’ha riassunto nel “Pater” e poi, per dimostrane la validità, si è fatto egli stesso “preghiera” cioè offerta, sacrificio, testimoniando con la sua vita il rapporto d’amore profondo col Padre. Un brav’uomo passava ogni giorno davanti ad una immagine di Maria dipinta sul muro di una strada. Ogni volta le rivolgeva un saluto: «Buongiorno, Madre!». Una sera, dopo qualche anno, sentì distintamente una voce provenire dall’immagine: «Buonasera, figliolo!». Se non sentiamo la risposta alle nostre preghiere è perché in fondo non ce l’aspettiamo.

Aniello Clemente.

[1] Cf. Papa Francesco, Angelus del 16 marzo 2014.

San Giuseppe…, il dimenticato!

buongiorno 33Che grande uomo fu Giuseppe, della stirpe di Davide! Ma lo ricordiamo noi? Il santo della famiglia, il santo della fede e della fedeltà, il santo dell’amore sacrificato e offerto, il santo dell’ascolto ubbidiente alla parola di Dio, il santo della tenerezza paterna inimitabile, il santo della dolcezza coniugale, fatta di premure, di attenzioni, di profonda comprensione, di amore; il santo della morte serena, abbandonato al volere di Dio, il santo della fede intrepida nella Provvidenza. Giuseppe, della stirpe di Davide, quante volte mi dimentico di te! Forse ti vedo come un’aggiunta non necessaria al grande piano della Redenzione, e invece ne sei, per scelta amorosa di Dio, parte viva ed essenziale. Ti guardo come se tu fossi di «cartapesta», sì, quasi disumanizzato nel tuo vivere costretto  e determinato. E sei stato, invece, un «sì» di amore, libero, nella tua obbediente fiducia, forte e umile nelle intemperie della tua giornata, umanissimo e vero nella tua capacità di amare. Ti vedo, custode, pio e rassegnato agli obbligati piani di Dio, e fosti invece sposo giovane, bello, ardente. Ti vedo più statua col Bambino in braccio, che uomo vivo, padre affascinante, capace di decisioni coraggiose, di volontà forte, di amabilità tenerissima e sconfinata. Giuseppe perdonami! Perdona la mia dura cervice! Chiederò a Maria, tua sposa, quanto le hai voluto bene, quanto te ne volle lei: chiederò al tuo figlio «secondo la legge» quanto gli sei stato padre e quanto lui ti ha filialmente ammirato, seguito e amato. Chiederò a Dio il perché di così eccezionale fiducia in te, da affidarti suo figlio e sua madre. E capirò finalmente che sei stato l’uomo dalla fede incredibile e dall’amore pagato a prezzo inimitabile. Perdonami, Giuseppe della stirpe di Davide, e ascolta la mia preghiera: ho bisogno del tuo aiuto, della tua protezione, della tua paternità, della tua fede, del tuo amore. Ho bisogno di saper ascoltare, nel mio povero cuore, come ascoltasti tu, nel tuo – semplice, ardente e fiducioso – la divina parola che rasserena, che dà forza, che vince gli ostacoli e la umana povertà che, sola, sa rinnovare in ogni istante la indispensabile vivissima speranza: «Non temere, non temere!». Ripetilo a un poverello sbattuto tra i venti impetuosi e insidiosi di un’umanità piena di timori, di dubbi, di incertezze, di paure: «Non temere…, non temere!» (Oscar Luigi Scalfaro).

Un abbraccio a tutte le famiglie, alle coppie, alle persone sole, agli ammalati.

Aniello Clemente.