Quaresima e Vita

crocifissiponeDice il Deuteronomio: «Vedi, io pongo davanti a te la vita e il bene… Io ti pongo davanti la vita e la morte… scegli dunque la vita» (Dt 30,15s.).  Scegliere la vita sembra quasi scontato, eppure chi non è più “sano” nel corpo, nella mente, nello spirito può scegliere volontariamente la morte. In conclusione, in questo periodo di Quaresima tutti noi cristiani siamo invitati a vivere più intensamente il clima di preghiera e di carità. I recenti fatti di cronaca che hanno attinenza con il termine della nostra vita ci pongono responsabilmente di fronte al problema di come rendere bella la vita, anche quando è segnata dalla sofferenza e dalla malattia. La morale cristiana è a favore sempre e comunque alla vita e mai a favore della cultura della morte, anche se la si definisce come dolce morte, oppure suicidio assistito. La nostra vita, quella che il Signore ci ha donato, anche se è segnata dalle croci insopportabili, vale sempre la pena viverla fino in fondo, fino a quel momento in cui Dio ci ha chiama a sé e ci porta con sé nell’eternità. Cristo ci insegna che non siamo noi la fonte del bene, ma che siamo chiamati ad essere mediatori, a patto di resistere alle vertigini del nostro vuoto, fidandoci della Vita. La vita è un cammino, dobbiamo alzare il passo per farne un altro e in un attimo perdiamo la stabilità, ma attraverso la fiducia la ritroviamo per fare un altro passo. La stabilità non è una nostra caratteristica, a meno che non stiamo fermi. Fidiamoci della fonte del Bene e della Vita e uniamoci a Gesù anche e, specialmente, quanto orante ci vuole vicini nell’Orto del Getsemani!

Aniello Clemente.

1.La teologia in ascolto dell’umano

1-convegno-docenti-2017Come si può in poche parole o brevi righe descrivere le emozioni che suscitano le relazioni di Gianpiero Tavolaro che ci ha parlato di “Rivelazione di Dio e umanizzazione”, di Pierluigi Cacciapuoti con “La grazia come pienezza dell’umano” e Giuseppe Falanga “per una liturgia dell’esistenza”. L’uno e altro hanno spaziato dai concetti di immagine e somiglianza a quelli di grazia salvifica e prassi cristiana, del come è difficile declinare oggi una teologia che si occupi dell’uomo e del suo rapporto col Trascendente, quindi, il mistero di quella salvezza che ha in sé tutta la potenza della grazia divina il cui primato costituiva il cuore della teologia luterana. Gli interventi mi hanno riportato alla mente la difficoltà del credere di “Faust” che si era illuso di essere un cherubino e aveva usato in modo blasfemo la nota dichiarazione biblica dell’uomo «immagine di Dio»; di Lutero che così ironizzava: «Dev’essere un’anima insensata quella che, se fosse in cielo, bramerebbe il corpo!»; e della poca partecipazione alla vita ecclesiale perché «Contro la noia anche gli dei lottano invano» scriveva Nietzsche. Il tutto per ricordare quanto diceva il decano prof. Di Palma nel suo saluto: “Gesù nella sua vita incontra l’umano concreto”, meglio evidenziato nell’uomo descritto da san Paolo nei capitoli 5-8 della lettera ai Romani. Pascal avrebbe detto: «L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, e sa il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo invece non sa nulla»[1]. Nobiltà che nasce dall’essere “figli nel Figlio”: siamo nell’antica e superba città di Toledo, attorno all’anno 400. Nella chiesa si è da poco diffuso un Credo che, in seguito, verrà erroneamente attribuito al vescovo di Alessandria d’Egitto sant’Atanasio, morto nel 373, e sarà chiamato Simbolo atanasiano. Al suo interno c’era una frase significativa che, pur riferendosi a Cristo, delineava anche la realtà dell’uomo: «Come un solo uomo è anima intellettiva e carne, così l’unico Cristo è Dio e uomo»[2].

[1] B. Pascal, Pensieri, n. 347 ed. Brunschvicg, A. Bausola (a cura), Rusconi, Milano 1993.

[2] Cf. G. Ravasi, Breve storia dell’anima, Mondadori, Milano 2003, 179.

L’UMANITÀ DI GESÙ E LA SUA PRASSI DI VITA

don-gaetano-di-palmaLa Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Martedì 22 u.s., nel pomeriggio, don Gaetano Di Palma, decano e docente della PFTIM ci ha parlato dell’importanza delle relazioni salvifiche di Gesù con quanti ha incontrato.

La personalità di Gesù suscita molto interesse dal punto di vista storico – si pensi alle svolte segnate dalle tre Leben-Jesu-Forschungen –, ma anche per quello che esprime nella sua qualità di “uomo”, per la sua capacità di intessere rapporti con altri esseri umani. Non è nuova, infatti, l’attenzione della psicanalisi e della psicoterapia, che ha rilevato preziosi dettagli sulle modalità di relazione impostate da Gesù con le persone incontrate. Le “relazioni” costituiscono ormai un tema dibattuto perfino in alcuni studi biblici. È la rivelazione stessa che obbedisce allo “schema” della relazione tra Dio, che prende l’iniziativa, e l’uomo, alla sua ricerca, interpellato e chiamato. Senza inoltrarci in temi di filosofia della religione, ricordiamo tra gli intellettuali sensibili il famoso filosofo Abraham Joshua Heschel (Dio alla ricerca dell’uomo e L’uomo non è solo). Non di meno, la tradizione cristiana ha di frequente tenuto conto di ciò. Si pensi ad Agostino, che dice: «Dio non cerca per sé un uomo come se non sappia dove si trova, ma parla da uomo mediante un uomo (per hominem more hominum loquitur) perché ci cerca così parlando» (De civitate Dei XVII, 6,2). Il n. 13 della DV, inoltre, parla di “condiscendenza”, termine ripreso da san Giovanni Crisostomo (, In Genesim 3,8; homilia 17,1). La condiscendenza si dimostra tanto più vera nel momento in cui nella Bibbia appaiono affermazioni che sembrano sminuire l’alterità di Dio. Giovanni Crisostomo parla della condiscendenza a proposito di Gen 3,8, dove è scritto che Dio passeggiava nel giardino alla brezza del giorno. Si tratta di un antropomorfismo, reso necessario – argomenta sempre Giovanni Crisostomo – dalla debolezza nostra e del nostro linguaggio e dalla dignità divina che utilizza tale linguaggio per la nostra salvezza. Questo è diventato un principio che vale per l’intera Scrittura, perché in essa, come sostiene l’Aquinate, «si comunicano le cose divine nella forma che sogliono usare gli uomini» (Super epistolam b. Pauli ad Hebraeos lectura I, 4). In tale quadro complessivo rientra la stessa “alleanza” (berit, diatheke), vero fondamento della “comunione” (koinonia). Pertanto, relationes revelationis cardo, ossia la “relazione” è il “cardine” su cui si gioca la rivelazione. Essa ha compiuto un “salto di qualità” nel momento in cui il Figlio, il Verbo, si è fatto carne. Su tale fondamento siamo autorizzati a parlare dell’umanità di Gesù e della sua prassi di vita, non guardandolo soltanto con curiosità, ma desiderando imparare per modellare la nostra prassi sulla sua, coscienti del fatto che ancora oggi vi è un’umanità dolente in attesa di essere salvata. I Vangeli mirano a presentarci gli insegnamenti; parimenti, si dimostrano attenti a illustrarci la prassi di vita di Gesù, con la quale se ne integra, esalta e arricchisce il valore formativo. Ci proponiamo, allora, di far emergere gli elementi concreti impiegati dal Maestro di Nazaret per far emergere in che modo vengono “trasfigurate” le relazioni intrecciate con coloro che gli si avvicinano. Vogliamo, però, avvertire che non esiste uno schema fisso con degli elementi che si ritrovano in ogni situazione e incontro.

– «Egli è in grado di sentire giusta compassione…» (Eb 5,2): Gesù è in primo luogo capace di ascoltare coloro che si avvicinano a lui per chiedergli qualsiasi cosa. Prima di essere ascoltato, perciò, egli ascolta e si “mette nei panni degli altri” (cf. ad esempio Mt 8,2).

– «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4, citato in Mt 8,17): Gesù si pone al servizio di chi versa in condizioni difficili, di malattia, anche di “febbre”, che potrebbe intendersi come un malessere fisico o interiore; poiché si tratta della suocera di Pietro, è probabile che Gesù l’abbia servita “guarendola”, per consentirle di recuperare la sua dimensione di servizio.

– «Gesù ordinò di passare all’altra riva» (Mt 8,18): Gesù non si rinchiude in una casa, come quella di Pietro, o in un luogo specifico, come Cafarnao, ma va in cerca di altre relazioni, di altri incontri; in tal modo, egli riesce a significare ai suoi discepoli che esiste l’urgenza di evangelizzare, ma anche a spingerli avanti, a misurarsi con le difficoltà e, tuttavia, conservare la pace.

Partendo da questi punti, è possibile rileggere altri testi da cui emerge la prassi. Si considerino:

– il rapporto con i peccatori: ad esempio Mc 2,1-12 e paralleli (il perdono dei peccati); Mc 2,13-17 e paralleli (con i pubblicani e peccatori); Lc 19,10: Zaccheo); Lc 7,36-50 e Gv 8,1-12 (due donne peccatrici perdonate);

– il rapporto con gli infermi, che sconvolge la mentalità imperante e la presunta corretta osservanza del precetto del sabato: ad esempio Mc 3,1-6 e paralleli; Mc 5,25-34 e paralleli; Gv 5,1-9 e Gv 9,1-41 (paralitico e cieco nato).

– il rapporto con le vedove e i bambini: ad esempio Lc 7,11-17; Mc 10,13-16 e paralleli.

Gesti e parole di Gesù sono espressivi di una grande condiscendenza; sono innovativi ponendo in risalto quel “nuovo umanesimo”, nel quale ogni persona avente il cuore aperto al cambiamento e alla guarigione, soprattutto se ai margini della società per i più diversi motivi, con il soccorso della misericordia possa “ripartire” e cominciare un percorso nuovo nella propria esistenza, trasfigurata dall’incontro con Gesù, il Figlio di Dio, che oggi può avvenire tramite i suoi discepoli.

13d) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Il sacerdozio ministeriale alla luce del mistero di Cristo

buon pastoreSi potrebbe dire che, essendo Cristo al presente nella condizione celeste, sarebbe ormai indifferente che egli sia rappresentato da un uomo o da una donna, poiché « nella resurrezione non si prende né moglie né marito » (cfr. Mt 22, 30)? Ma questo testo non significa che la distinzione dell’uomo e della donna, in quanto determina l’identità propria della persona, sia soppressa nella glorificazione; ciò che vale per noi, vale anche per il Cristo. Infatti, è appena necessario ricordare che negli esseri umani la differenza sessuale ha un influsso rilevante, più profondo che non, ad esempio, le differenze etniche: queste non raggiungono la persona umana tanto intimamente quanto la differenza dei sessi, direttamente ordinata sia alla comunione delle persone che alla generazione degli uomini. Nella Rivelazione biblica essa è l’effetto di una volontà primordiale di Dio: «Uomo e donna egli li creò» (Gn 1, 27). Tuttavia – si potrà ancora osservare – il sacerdote, soprattutto quando presiede le azioni liturgiche e sacramentali, rappresenta egualmente la Chiesa: egli agisce a suo nome, con «l’intenzione di fare ciò che essa fa». In tal senso, i teologi del Medioevo dicevano che il ministro agisce anche in persona Ecclesiae, cioè a nome di tutta la Chiesa e per rappresentarla. E di fatto, checché ne sia della partecipazione dei fedeli ad una azione liturgica, è proprio a nome di tutta la Chiesa che tale azione è celebrata dal sacerdote: questi prega a nome di tutti; nella Messa offre il sacrificio di tutta la Chiesa: nella nuova Pasqua è la Chiesa che immola il Cristo, sotto segni visibili, per il ministero dei sacerdoti[1]. Così, dal momento che il sacerdote rappresenta anche la Chiesa, non si potrebbe pensare che tale rappresentanza possa essere assicurata da una donna, secondo il simbolismo già esposto? È vero che il sacerdote rappresenta la Chiesa, che è il corpo di Cristo. Ma se lo fa, è precisamente perché, innanzitutto, egli rappresenta il Cristo stesso, il quale è il Capo e il Pastore della Chiesa: formula questa usata dal Concilio Vaticano II[2],21 che precisa e completa l’espressione in persona Christi. È con tale qualifica che il sacerdote presiede l’assemblea cristiana e celebra il Sacrificio eucaristico, «che la Chiesa tutta intera offre ed in cui essa si offre tutta intera»[3]. Se si dà valore a queste riflessioni, si comprenderà meglio come sia ben fondata la prassi della Chiesa, e si concluderà che le controversie, suscitate ai nostri giorni circa l’ordinazione della donna, costituiscono per tutti i cristiani un pressante invito ad approfondire il senso dell’Episcopato e del Presbiterato, a riscoprire la specifica posizione del sacerdote nella comunità dei battezzati, della quale egli certo fa parte, ma dalla quale si distingue poiché, nelle azioni che esigono il carattere dell’Ordinazione, egli è per essa – con tutta l’efficacia che comporta il sacramento – l’immagine, il simbolo di Cristo stesso che chiama, perdona, compie il sacrificio dell’Alleanza[4].

[1] Cfr. Concilio Tridentino, Sess. 22, cap. 1: DS 1741.

[2] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen Gentium, n. 28: « Esercitando, secondo la loro parte…, l’ufficio di Cristo, Pastore e Capo »; Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 2: « In modo da poter agire in persona di Cristo Capo… »; n. 6: « La funzione di Cristo Capo e Pastore »; cfr. Pio PP. XII, Encicl. Mediator Dei: « Il ministro dell’altare impersona Cristo in quanto Capo, che offre a nome di tutte le sue membra »; AAS 39 (1947), 556; – Sinodo dei vescovi 1971, De sacerdotio ministeriali, I, n. 4: «…rende presente Cristo Capo della comunità…».

[3] Paolo PP. VI, Encicl. Mysterium Fidei, 3 settembre 1965: AAS 57 (1965), 761.

[4] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, Roma, 15 ottobre 1976, 5.Il sacerdozio ministeriale alle luce del mistero di Cristo.

 

13c) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Il sacerdozio ministeriale alla luce del mistero di Cristo

chiesa sposa di cristo
La chiesa Sposa di Cristo

Infatti, la salvezza offerta da Dio agli uomini, l’unione cui sono chiamati con Lui, in una parola l’Alleanza, riveste fin dall’Antico Testamento, presso i Profeti, la forma privilegiata di un mistero nuziale: il popolo eletto diventa agli occhi di Dio una sposa ardentemente amata. Di questa intimità d’amore sia la tradizione giudaica che quella cristiana hanno scoperto la profondità, leggendo e rileggendo il Cantico dei Cantici; lo Sposo divino resterà fedele anche quando la Sposa tradirà il suo amore, quando Israele sarà infedele a Dio (cf. Os 1-3; Ger 2). Venuta «la pienezza dei tempi» (Gal 4, 4), il Verbo, Figlio di Dio, assume la carne per inaugurare e sigillare la nuova ed eterna Alleanza nel suo sangue, che sarà versato per la moltitudine in remissione dei peccati: la sua morte radunerà i figli di Dio che erano dispersi; dal suo fianco trafitto nascerà la Chiesa, come Eva è nata da quello di Adamo. Allora si realizza pienamente e definitivamente il mistero nuziale, annunziato e cantato nell’Antico Testamento: il Cristo è lo Sposo; la Chiesa è la sua sposa, che egli ama poiché se l’è acquistata col suo sangue e l’ha resa gloriosa, santa ed immacolata, e dalla quale è ormai inseparabile. Questo tema nuziale, che si precisa a partire dalle Lettere di San Paolo (cf. 2Cor 11, 2; Ef 5, 22-33) fino agli scritti giovannei (soprattutto Gv 3, 29; Ap 19, 7 e 9), è presente pure nei Vangeli sinottici: finché lo sposo è con loro, i suoi amici non devono digiunare (cf. Mc 2, 19); il Regno dei cieli è simile a un re che fece le nozze per suo figlio (cf. Mt 22, 1-14). È attraverso questo linguaggio della Scrittura, tutto intessuto di simboli e tale da esprimere e raggiungere l’uomo e la donna nella loro profonda identità, che ci è rivelato il mistero di Dio e di Cristo, mistero che di per sé è insondabile. È per questo che non si deve mai trascurare questo fatto che Cristo è un uomo. Pertanto, a meno che non si voglia misconoscere l’importanza di questo simbolismo per l’economia della Rivelazione, bisogna ammettere che, nelle azioni che esigono il carattere dell’Ordinazione ed in cui è rappresentato il Cristo stesso, autore dell’Alleanza, sposo e capo della Chiesa, nell’esercizio del suo ministero di salvezza – e ciò si verifica nella forma più alta nel caso dell’Eucaristia -, il suo ruolo deve essere sostenuto (è questo il senso originario della parola persona) da un uomo: il che a questi non deriva da alcuna superiorità personale nell’ordine dei valori, ma soltanto da una diversità di fatto sul piano delle funzioni e del servizio.