Quaresima e tentazioni: fede nella Provvidenza

provvidenzaIl Vangelo di oggi recita: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (cf. Mt 5,43-48). Lo Spirito “spinse” Gesù nel deserto perché doveva decidere, scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo; infatti le tre tentazioni ridisegnano il mondo delle relazioni: il rapporto con noi stessi e con le cose (pietre o pane?); con Dio, attraverso una sfida aperta alla fede (cercare un Dio magico a nostro servizio); con gli altri (il potere e il dominio). E Gesù uscì vittorioso perché solo chi ha una grande fede confida nella grazia del Padre e supera indenne le tentazioni della “fame” e del potere. Basta avere fiducia in chi fa «piovere sui giusti e sugli ingiusti» e non ci mancherà mai nulla perché «solo Dio basta». Lo sappiamo per certo perché altri, uomini come noi l’hanno sperimentato e ce lo hanno testimoniato. Il “poverello d’Assisi” lascia attoniti padre e vescovo e si spoglia di tutto abbracciando “Madonna povertà” che da allora lo renderà il più ricco di grazia e misericordia. Insegnando anche nel paese di san Giuseppe Cottolengo si raccontava che spesso non c’era nulla da mangiare per i tanti orfani, malati, disadattati che amava raccogliere e lui serafico rispondeva: «Mettete la pentola sull’acqua e la pasta verrà» e così accadeva. Lo stesso dicasi per le tante vicissitudini di san Giovanni Bosco e san Domenico di Guzman. Una volta i suoi domenicani stanno per andare in refettorio già sapendo che avrebbero fatto digiuno ma egli li esorta a pregare e poco dopo bussano alla porta “due giovani” con ceste piene di pane e ogni ben di Dio. Erano folli? E lo fu anche la giovane Lucia Mondello che implorò affinché Dio la liberasse e così avvenne? Qualcuno ha scritto che il peccato originale avvenne quando «Adamo cominciò a preoccuparsi per il giorno dopo»…

Aniello Clemente.

Quaresima come palestra per prepararsi alla lotta

armatura-dio-521Gesù si era messo in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di purificazione di Giovanni e subito dopo lo Spirito lo aveva spinto nel deserto per esservi tentato.
Le tentazioni non sono un episodio isolato della vita di Gesù, non lo sono neanche per noi. La vita è una palestra in cui siamo continuamente tentati e quindi addestrati. Noi normalmente pensiamo che se non ci fossero le tentazioni (e se non ci fossero anche le cadute…) la nostra vita sarebbe migliore e più bella. Invece ci sbagliamo. Le tentazioni, soprattutto quando ci sentiamo assaliti da esse, sono la dimostrazione che ci stiamo opponendo al male. «Da dove derivano le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?» (Giacomo 4,1s). «Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo» (Ef 6,11). L’Antico Testamento mostrava Dio che si armava contro i suoi nemici[1], San Paolo consiglia le stesse armi divine anche al cristiano: «Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede…, prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6,13-17). Come un buon soldato prepara il suo corpo al combattimento, così Gesù prepara la sua anima, il suo spirito, il suo corpo al grande combattimento contro Satana. Nel deserto Cristo Gesù dovrà compiere ciò che finora l’umanità non ha mai compiuto: sconfiggere il diavolo superando ogni sua tentazione. Buona lotta quaresimale!

Aniello Clemente

[1] Cf. Is 11,4-5; 59,16-18; Sap 5,17-23.

Le Beatitudini

Cristo uomoNei Vangeli vi sono due redazioni delle Beatitudini, Mt 5,1-11 e Lc 6,17,26. Matteo, che scrive per chi proviene dal giudaismo, presenta Gesù come il nuovo Mosè, come la vera guida del popolo, e quindi collega il discorso di Gesù sul monte, il nuovo Sinai. Gesù «si pose a sedere» è il “Maestro” che prende posto sulla cattedra. Luca, invece, che scrive per chi proviene dal paganesimo, delinea la cornice esteriore in domo diverso: Gesù sta in piedi che per Luca è espressione della maestà e autorità di Gesù, che parla in un luogo pianeggiante, espressione della vastità a cui Gesù manda la sua Parola. Le Beatitudini non ci presentano un ideale per pochi privilegiati, un’utopia irrealizzabile, una promessa valida esclusivamente dopo la morte, una consacrazione del dolore che induce passività e rassegnazione; non costituiscono neanche un discorso morale. Invece sono un annuncio “lieto”, un “vangelo”, una dichiarazione che il Regno di Dio è arrivato per tutti, ma i poveri e gli esclusi sono i privilegiati; è l’annuncio della gioia (beatitudine) di chi pone in Dio la sua fiducia, è una proposta di valori alternativi alla mentalità corrente. Le Beatitudini proclamate da Gesù sono “autobiografiche”, Gesù infatti è il vero povero, mite, puro di cuore, costruttore di pace, perseguitato per la giustizia. Beati quello che lo seguono[1]. Nel suo libro, Il Discorso della montagna (Mondadori) Martini affronta il Discorso per eccellenza, la grande didaché di Gesù, il suo nuovo paradossale, inaudito insegnamento, la trasmissione del mandatum che ha ricevuto dal Padre. Lo affronta come il caso-limite dell’intero Annuncio, la su parola più “dura” e insieme la “porta stretta” attraversando la quale soltanto “beatitudine” è possibile. È l’appello radicale alla conversio, al ritorno, all’obbedienza perfetta al Padre. È praticabile il discorso di Gesù? Possibile testimoniarlo nella prassi? Il Regno che Gesù annuncia sconvolge, rovescia tutte le opinioni e le tradizioni. Credevate che i beati fossero i forti, i potenti, i sazi; no, il Regno appartiene ai poveri, ai miti, agli assetati. Vi è stato detto di non uccidere, di non spergiurare, di amare il prossimo. E certo io non muto uno iota in tutto ciò. Ma ancora non basta. Martini coglie quasi, direi, con angoscia il momento più alto del discorso di Gesù in quel passo. «Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico: non opponetevi al male». Di fronte questo caso estremo Martini diviene davvero “agonista” con Gesù, lo interroga direttamente, si rivolge a lui con il Tu, il suo commento si trasforma in un dialogo serrato. Ma non ci hai detto proprio Tu di resistere al malvagio? E quando cacciavi i mercanti del tempio?  Il supremo scandalo di non opporsi al male era il segno della suprema bontà di Gesù anche per Nietzsche: non è possibile contrapporsi al male senza usare anche le sue armi; ma la bontà, invece, la perfetta bontà, può essere pensata soltanto come uno sterminato oceano che accoglie, abbraccia, risolve in sé tutti i fiumi immondi della storia, che “porta” in sé i peccati del tempo. L’oceano non fa diga, vince la loro violenza “semplicemente” lasciando che essi la esauriscano nel suo seno. Gesù “provoca” tutti i figli ad essere uno con lui e con lui nel Padre. Ut unum sint. Ma essere Unum col Figlio e col Padre può significare soltanto “indiarsi”, essere Dio! È l’Impossibile, o l’estremo limite del Possibile. Non possiamo affermare questo Discorso semplicemente come l’Impraticabile, poiché Gesù lo ha praticato. Ed era vero uomo. Questa estrema misura del Possibile si è incarnata. Ed esige di essere posta come Fine[2]. Santa Domenica, Aniello Clemente.

[1] Cf. G. Greco, in la Domenica, Epifania del Signore – 1, 6 gennaio 2017.

[2] M. Cacciari, Cultura: Anche tu sei Gesù, in L’espresso, 2 novembre 2006, 201-202.

 

Buon santa Lucia

santa-lucia«La vita è il fiore per il quale l’amore è il miele» (Victor Hugo). Solo in certi momenti privilegiati dell’essere, come quando si esperisce un’intensa intesa amorosa con l’altro, in cui ci si sente fondere con il suo corpo e con il suo sentire e il pensare diventa leggero, la solitudine della relazione con il proprio esistere non si fa percepire. La carezza di chi sente per te un amore intenso arriva a toccare la pelle dell’anima, le sue parole vengono come da dentro e legano il respiro dell’uno con l’altra[1].

A voi che sbadigliando preparate il caffè per chi si reca al lavoro, a voi che sonnecchiate nelle carrozze di treni e metropolitane, avvolti in sciarpe che vi ricordano ancora, per un po’, l’abbraccio dell’amata, a voi che già state smanettando su telefonini e tablet, spero per lasciare il primo buongiorno, il primo bacio, all’amore che ancora è rapito nelle braccia di Morfeo, a tutti noi, anonimi ma splendidi granelli di sabbia di un’Umanità che si potrebbe scoprire migliore, l’augurio che questo giorno, per intercessione di Santa Lucia, ci ridoni la “vista” dell’altro che ci rimanda ad un Altro a cui tutti, seppure inconsapevolmente, tendiamo. Santa giornata a tutti, Aniello Clemente.

[1] Cf. L. Mortari, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016, 41.

L’umanità ferita e il bisogno di salvezza

don-antonio-ascioneLa Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Dopo la relazione introduttiva del prof. Scognamiglio altri docenti si sono avvicendati per trattare il tema del Convegno. Martedì 22 u.s. don Antonio Ascione, segretario e docente della PFTIM in mattinata ci ha parlato delle domande di senso dell’uomo moderno, delle sue fragilità e del come solo la cura, come “interesse per l’altro” potrà essere uno dei modi per declinare la Misericordia del Padre.

Il dolore e la sofferenza dell’uomo sono domande che si intrecciano con l’offerta di salvezza che proviene dalla visione religiosa del mondo. Cancellato ogni Assoluto trascendente, l’uomo di oggi sembra ripiegarsi su se stesso, sul proprio qui e ora: alla vertigine dell’Assoluto trascendente sostituisce ora la vertigine dell’abisso del nulla e dell’eterno divenire. Di fronte a questo panorama culturale, si può parlare di «tragedia del senso», che deriva dalla «insignificanza dei valori fondamentali». La tecnica sembra dominare lo sviluppo dell’umanità e ad essa sembrano rivolgersi tutte le attese di salvezza e di redenzione dell’uomo contemporaneo. La tecnica scalza la religione e intercetta con i suoi progressi tecnologici le attese di salvezza e i bisogni dell’uomo. Tale atteggiamento coinvolge anche i legami affettivi. Cormac McCarty, nel suo romanzo premio Pulitzer del 2007, The Road, narra del viaggio di un padre con suo figlio bambino in un grigio mondo post-apocalittico, alla ricerca di regioni più calde, verso Sud, sull’oceano. Il romanzo termina con il ricordo della cura che il padre avrà avuto, nel cammino pericoloso, per il proprio figlio. Una seconda traccia la ricaviamo dalle ricerche psicanalitiche: Edipo e Narciso cedono il posto a Telemaco. Il figlio-Edipo conosce il conflitto e la rivolta contro il padre. Il figlio-Narciso è invece quel figlio fissato sterilmente nella sua immagine, in un mondo che non sembra più ospitare la differenza tra le generazioni. Così, dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Padre (la rivolta di Edipo contro il padre) assistiamo ora all’egemonia del figlio Narciso. Eppure, oltre Edipo e oltre Narciso, esiste una domanda inedita di Padre, in Telemaco, il figlio di Ulisse che attende il ritorno del padre. In primo piano non vi sarebbe più il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una nuova domanda del Padre che è però invocazione, richiesta del suo ritorno. Penelope trasmette a Telemaco l’assenza del padre nell’attesa: la sua veglia tiene vivo il Nome del Padre. In questo modo la sua assenza significa una presenza… Emerge da queste analisi il tema della cura. Nasciamo fragili, mancanti d’essere, e tali si resta con il grave compito di divenire il proprio essere. Farsi carico della propria fragilità è allora la prima forma della cura dell’esistenza. Stare dentro questo compito è in-sistere sulla qualità del proprio essere. Proprio perché ogni vita umana viene al mondo come mancante di essere, il suo compito è quello di cercare la forma del proprio esserci, e precisamente la forma migliore. La fragilità dell’esistenza è intimamente connessa alla qualità relazionale della condizione umana: siamo intimamente legati alla vita di altri, vivere è sempre con-vivere. Già se consideriamo l’essere umano dal punto di vista del suo sviluppo biologico e psichico costatiamo che la relazione con l’altro sia una condizione primaria. Tale relazione è struttura ontologica fondamentale dell’esistenza umana. La nostra fragilità e vulnerabilità allo stesso tempo indica la qualità relazionale del nostro essere che ci rende continuamente bisognosi degli altri. Siamo esseri impastati di materia e di spirito e dobbiamo continuamente procurarci cose per nutrirci e conservarci nell’essere. A mettere in moto un’azione di cura è l’interesse per l’altro, un guardare all’altro mossi dal sentirsi connessi con l’essere dell’altro, aver preoccupazione per la sua condizione, cogliendone la sua situazione di necessità. Ciascuno di noi ha sempre bisogno dell’altro perché nessuno di noi ha piena sovranità sul proprio essere. Si sente l’urgenza della cura quando si percepisce l’altro necessitante di qualcosa che da sé non può procurarsi. La preoccupazione per l’altro si esprime in diverse forme di intensità, dalla semplice disponibilità a rispondere alle richieste dell’altro, al prendersi a cuore, in cui la situazione dell’altro viene a porsi al centro dei miei pensieri. Sotto questo aspetto l’interesse per l’altro mi tocca in profondità, dalla sollecitudine, alla premura, fino alla dedizione all’altro. Quest’ultima sembra essere la forma più alta di cura, là dove si è capaci di una abnegazione intensiva all’altro trovando la gioia nel sentire l’altro stare bene. Prestare attenzione, tenere lo sguardo rivolto all’altro. Il prestare attenzione non si realizza solo con lo sguardo, ma anche con la parola, detta e taciuta: il silenzio lascia posto alla parola detta dall’altro. Emerge allora l’ascoltare come cura, un disporsi a cogliere il senso che l’altro mi comunica, al di là del suono delle parole. L’attenzione dello sguardo e l’ascolto nella relazione di cura portano al dialogo, al darsi della parola per costruire uno spazio di senso condiviso entro cui intendersi. Un altro termine del lessico della cura può essere il comprendere. L’aver cura come comprensione sta a dire il voler cogliere ciò di cui l’altro ha bisogno per attualizzare le possibilità del suo esistere più proprio. Tale sentire l’altro ha la sua radice in quella sensibilità intesa come l’essere esposti all’altro, un lasciarsi mettere in causa dall’alterità dell’altro. Affiora così nel lessico filosofico della cura l’empatia, cioè la capacità di cogliere l’esperienza vissuta estranea, o meglio ancora l’atto di presentificazione del vissuto di un altro. Dall’empatia alla compassione il passo è breve. La compassione come atteggiamento di cura dell’altro si manifesta in quelle situazioni nelle quali si avverte il sentire negativo dell’altro, il suo soffrire, accompagnando questo co-sentire l’altro da una valutazione che evidenzia che la sofferenza vissuta dall’altro è qualcosa che il senso di giustizia non può tollerare. Così, la compassione è quell’esperienza empatica di chi sente l’ingiustizia del dolore dell’altro e si attiva a impegnarsi per alleviare la sofferenza altrui.

Cicero pro domo sua

libroLa locuzione “Cicerone in difesa della sua casa”, è il titolo di un’orazione tenuta da Marco Tullio Cicerone per riavere l’area e i fondi per rifabbricare la sua casa, confiscatagli durante l’esilio. Si cita volentieri all’indirizzo di chi difende con fervore una causa propria, o di chi si esalta nel far valere le proprie ragioni. Ebbene, niente di tutto questo: solo e semplicemente vi informo che è in edicola il mio libro: “Completo nella mia carne… Il valore salvifico della sofferenza”. Viviamo in uno stato confusionale tale che non riusciamo più a distinguere tra bisogni e valori per cui si è sviluppata una forma di egoismo che spinge a pensare a sé e schiacciare gli altri. Venendo a mancare i punti di riferimento, ognuno se ne crea uno. Già da tempo prevale il fare “quello che sento”, quello che mi piace e ciò non giova di certo al bene di tutti. Certo la modernità, il progresso, abbaglia i tanti che si affidano alle luci artificiali delle apparenze. I mezzi di comunicazione non fanno altro che proporci tipi da calendari. Ed ecco che il futile, il superfluo, l’apparire, diventa cultura. Quali modelli proporre allora per incoraggiarci ad essere consapevoli della bellissima stagione che viviamo, per indurci ad aprire il nostro cuore, per farci intendere che non siamo soli? Lo dico nel mio libro: attingere da coloro che soffrono il valore della vita. Martin Luter King, Budda, Gandhi, sono ancora validi esempi e Gesù con una frase che non ammette divagazioni ha detto: «… chi ama la propria vita la perderà; chi perde la propria vita per causa mia la ritroverà». Il corpo, la salute, la bellezza, la simpatia, il fascino, sono tutti doni da non trascurare, ma non devono essere fine a se stessi, devono essere spesi, “perduti” per qualcuno, per qualcosa. Se si ascoltassero di più queste semplici parole si vivrebbe meglio e non ci sarebbero più in giro gli arrabbiati e gli scontenti ma, pur nella sofferenza, gente più serena che gusta la bellezza del vivere in questo mondo. A volte Dio sembra così disattento, eppure «il Padre… fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Matteo 5,45). Dio non è per la sofferenza e la morte, ma è per la felicità e la vita. Vuole l’uomo vivo e chiede a ciascuno di affrontare il proprio destino. D’altra parte non basta conoscere il senso della vita per avanzare lungo la strada: molti sanno dare ottimi consigli, ma non sono capaci di fare un passo per migliorarla. Nascere è una lotta, ma una  lotta per la vittoria. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, dice S. Giovanni della Croce, e amore significa donare, donare sempre, senza trattenere nulla. E allora, scusatemi, non trattengo un bacio che virtualmente vi raggiunga tutti perché «Il rumore di un bacio non è come quello di un cannone, ma il suo eco dura molto più a lungo!» (O. W. Holmes).