Riscoprire don Bosco educatore

buongiorno-14La sua particolare vocazione era scaturita da una chiamata speciale che il Signore più volte gli aveva rivolto attraverso sogni profetici. Il periodo successivo agli anni 1850 è quella della prima rivoluzione industriale: a frotte, ragazzi e giovani delle valli piemontesi emigrano in città per offrirsi come manodopera di basso costo alle industrie manifatturiere, alle botteghe artigiane, ai cantieri edilizi. Molti di loro, indifesi, senza cultura né fissa dimora, sono vittime d’ingiustizie, abusi, violenze; sperimentano incertezze, paure, privazioni, e perdono la gioia di vivere. Alcuni scelgono la strada della delinquenza. Fu proprio l’esperienza con i ragazzi carcerati a sconvolgere Don Bosco, sollecitando in lui un nuovo modo di essere prete: «Vedere turbe di giovanetti… sani, robusti, d’ingegno svegliato… là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire»[1]. Questo è il primo elemento da registrare: Don Bosco ha saputo interpretare la realtà sociale e tirarne le conseguenze. Così nacque in lui un’immensa compassione per quei ragazzi. Di fronte ai più diseredati e sfruttati, sentì l’urgenza di offrire un ambiente accogliente e una proposta educativa che potessero rispondere ai loro bisogni: «Chi sa, diceva tra di me, se questi giovani avessero fuori un amico che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione… che sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o almeno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere? »[2]. Ed ecco un secondo elemento da percepire: la fantasia pastorale che portò don Bosco a cercare con creatività e generosità risposte adeguate alle nuove sfide, il che implicava creare strutture che potessero rendere possibile un mondo alternativo per quei ragazzi. Don Bosco voleva «prevenire», accogliendo i ragazzi che arrivavano a Torino in cerca di lavoro, gli orfani o quelli abbandonati dai genitori. Cominciò con l’offrire una proposta educativa centrata sulla preparazione al lavoro che li aiutasse a recuperare dignità e fiducia in se stessi, integrata dall’offerta di un ambiente positivo, ricco di gioia e di amicizia, nel quale quasi per contagio, potessero assumere valori morali e religiosi. I giovani erano tanti e i loro bisogni ancor di più; egli si consumava per loro, continuava a sognare, ma cominciava anche a realizzare i sogni: avere un “esercito di collaboratori” che potessero affrontare la grande emergenza educativa di quei tempi di prima industrializzazione, un suo “esercito”: chierici, sacerdoti, religiosi e religiose, celibi e sposati e i giovani più grandi, educati a diventare leader dei compagni. Come conclusione di questa panoramica articolata sulla figura di don Bosco, nasce l’urgenza di una serie di domande: in una società sempre più secolarizzata e secolarizzante, o prettamente relativista,  per le sue scelte di “onnipotenza umana” con le quali si pone al di sopra di Dio, «il materialismo individualista… il consumismo… il deterioramento dei valori familiari basilari… dell’onestà pubblica e privata»[3], quale può essere il segno e la testimonianza degli adulti “significanti”? Cioè, di ognuno di noi? Il santo dei giovani ci faccia riscoprire la gioia degli Oratori e dello spendersi per i ragazzi a noi affidati. Pace e gioia, Aniello Clemente.

[1] Cfr. Bosco G., Memorie dell’Oratorio, a cura di Ferreira A., LAS, Roma 1992.

[2] Cfr. Bosco G., Memorie dell’Oratorio, op. cit.

[3] Celam, L’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina, Puebla 1979, 54-58.

 

Il bene comune[1].

nietzsche
Nietzsche “visto” da Munch

Il «la» a questi brevi articoli me lo hanno suggerito l’approssimarsi delle elezioni in alcune Regioni e il fervente dibattito tra i diritti di tutti e il bene comune che tanto sta infervorando la società civile italiana. L’egemonia culturale attuale tende a imporre un processo quanto mai forte di confinare l’etica della vita e della famiglia nel mondo del privato, senza alcuna rilevanza pubblica, mentre riconosce cittadinanza etica solo ai fenomeni di natura ecologica, economica e fiscale. Si tratta di constatazioni abbastanza inquietanti che richiamano l’affermazione pratica della corrente filosofica utilitarista e di potenza, che nasce con la riflessione del filosofo inglese, Jeremy Bentham[2]. Ovvero, una filosofia che persegue il massimo dell’utilitarismo individuale slegato da qualsiasi principio etico. Addirittura Bentham affermava che una società virtuosa sarebbe destinata all’estinzione[3]. Un esempio sintetizza bene il clima culturale avverso all’etica del bene comune: gli allenatori delle squadre di calcio quando mandano in campo i calciatori dicono di volerli “cattivi” o “cinici”, che per loro significa efficaci. Questa “innocente affermazione” non è altro che il risultato del pensiero dominante: chi è “cattivo”, chi segue il suo self-love vince, chi è buono no. Un pensiero comune non solo nello sport, ma purtroppo anche nella vita. Tale cultura è maggioritaria da qualche secolo a questa parte in Occidente e grazie alla globalizzazione si sta rapidamente espandendo. Essa ha trovato la sua consacrazione teoretica nel pensiero di Friedrich Nietzsche, il filosofo preferito da Mussolini e Hitler. Non solo: sempre in questa linea viene divulgata a tutti i livelli l’interpretazione di Darwin che vede l’uomo e la natura esattamente nella medesima prospettiva che descrive la forza e la furbizia come l’arma migliore per vivere. Per cui si declina l’uomo e la società in questa ottica darwinistica spietata, rapace. Ciò è molto preoccupante. Il problema non è solo l’immoralità pratica, che da sempre accompagna la storia dell’uomo, ma la debolezza del sentire etico (nel senso delle virtù e del bene comune) che fonda la differenza tra moralità e immoralità, tra civiltà e inciviltà. Gli uomini e le donne, hanno sempre frequentato le trasgressioni a livello etico, ma un tempo quando si era immorali ci si sentiva fuori posto (peccatori nella versione cattolica, inadempienti agli obblighi della coscienza nella versione laica). Oggi invece l’immoralità è divenuta un valore positivo, perché fa sentire furbi e quindi vincenti.

«Gli occhi sono lo specchio dell’anima»: più che di oculisti c’è bisogno di perfetti maestri[4]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[2]Jeremy Bentham è stato un filosofo e giurista inglese. Fu un politico radicale e un teorico influente nella filosofia del diritto anglo-americana. È conosciuto come uno dei primi proponenti dell’utilitarismo e dei diritti degli animali, e influenzò lo sviluppo del liberalismo.

[4] L’aforisma è tratto dal mio libro Detti e aforismi di prossima pubblicazione.