In memoria di don Ignazio Schinella: La formazione del clero: mistagoghi e non figli del Cattolicesimo popolare

SchinellaHo avuto il piacere e l’onore di essere il curatore dell’aggiornamento del libro Cattolicesimo e pietà popolare del 2007 edito dalla E.D.I., che, purtroppo non vedrà la luce, ma in ossequio alla memoria del caro don Ignazio, per amore dei suoi alunni che ne ricaveranno beneficio e guida, cercherò di pubblicarne su questo blog quanto ha già fatto parte dei suoi Corsi e gli aggiornamenti effettuati. Speculare alla problematica e all’individuazione del cattolicesimo popolare è la qualità del clero che i nostri seminari offrono alla chiesa, e quando diciamo seminari intendiamo quello che la chiesa, specie nella sua componente gerarchica, vuole. Perché le riflessioni di Rosmini sulle piaghe della chiesa restano quanto mai attuali. Preliminarmente, vorrei sottolineare come la vita parrocchiale almeno fino al Concilio non era altro che la riproduzione del ritmo spirituale della vita di Seminario: celebrazione eucaristica, rosario, benedizione eucaristica, quarantore, novenari, tridui, ecc., realtà e tratti che compongono e descrivono le diverse sfaccettature del cattolicesimo popolare. E i giovani che vengono al Seminario – ovvero il futuro della chiesa – sono più che figli del Concilio figli del Cattolicesimo popolare sopra descritto e facilmente, alla fine della formazione, escono con le stesse idee con cui sono entrati. La forma pastorale del Cattolicesimo popolare fa parte del loro DNA. In realtà la prima forma di conversione per chi accede agli studi ecclesiastici è la “conversione intellettuale” che è a monte di ogni altro tipo: senza immagini adeguate di Dio, della chiesa, del Vangelo, ecc. non si può dare formazione adeguata. Succede anche che le nuove generazioni più che figli del Concilio sono incapsulate nell’oggi, nel qui e adesso, senza memoria ecclesiale, a cominciare dal grande evento del Concilio e portano con sé l’unica appartenenza ecclesiale significativa per loro: o quella parrocchiale o quella del movimento. Né per quanto mi risulti esiste un insegnamento di teologia pastorale attento al mondo del cattolicesimo popolare, per cui si rischia di proporre visioni fuori della realtà e strategie che non attecchiscono sul piano ecclesiale perché lontane dal mondo della gente, soprattutto sul piano linguistico, e dai problemi esistenziali che affliggono quotidianamente la vita dell’uomo medio. In particolare rimane prioritario, anche per i seminari regionali, formare al presbiterio diocesano a servizio della Chiesa diocesana[1]. Rimane ancora fra le priorità la formazione al giusto sostentamento del clero, il cui spirito di povertà è alla radice di alcune deviazioni delle forme espressive del cattolicesimo popolare. Colpisce, infine, che il tipo di prete che gli intellettuali invocano sia «quello di un uomo santo», che non si presti al palcoscenico e al processo di riduzione della fede ad etica sociale ma, forgiato dal silenzio, sia in grado di ascoltare il dramma del cuore dell’uomo con la parola sapiente che tutto è dono di Dio[2]: ciò stride con l’elemento culturale emergente che contagia anche la vita della chiesa e il comportamento dei pastori contaminati dal desiderio di mettersi in mostra,  di apparire. Cedendo così a una religione di consumo. Il discernimento e l’orientamento del cattolicesimo popolare devono essere un fatto comunitario e gerarchico: il soggetto è tutta la comunità gerarchicamente costituita con l’apporto del consiglio di esperti laici e di teologi. Prima che un parroco decida di fare diversamente o di purificare le espressioni della pietà popolare, deve sottoporre la sua iniziativa pastorale al vaglio del presbiterio diocesano di cui il Vescovo è il padre, avvalendosi di quei fratelli, credenti e non, che per la loro competenza sono in grado di illuminare il testo narrativo delle espressioni del cattolicesimo popolare. Infine, non possiamo dimenticare che, al termine dell’ordinazione presbiterale, il neo-presbitero si trasferisce nella parrocchia di origine dove comincia la festa del paese, con le sue tradizioni e i suoi riti, che han­no sempre nella celebrazione eucaristica la loro fonte e il loro culmine. Una festa che non sembra conoscere ancora crisi particolari in tutte le latitudini del mondo. A essa partecipano tutti, al di là dell’abituale co­munità dei praticanti domenicali. Vi è come un prolungamento della messa di ordinazione, durante cui il popolo è anche protagonista, al centro di interesse del rito che, dal cielo, fa scendere lo Spirito sui nuo­vi presbiteri con la chiamata del vescovo. Se nella messa di ordinazione prevale la famiglia del presbiterio, nella celebrazione della cosiddetta prima messa solenne (la vera prima messa del neopresbitero è la concele­brazione con il vescovo e il presbiterio), nella festa popolare, è la comu­nità di origine del presbitero, che diviene come l’immagine della comu­nità, che lo ha fatto nascere alla vita cristiana e lo ha nutrito e coltivato nel­la continuità tra pietà popolare/liturgia/pietà popolare. Andando veramente alla conclusione, siamo d’accordo con chi scri­ve che «devozioni popolari e pii esercizi non vanno intesi come un fe­nomeno da tollerare, a cui è giocoforza rassegnarsi, perché è impossibi­le eliminarli: essi sono legittimi, costituiscono dei valori ed esigono di essere riconosciuti per quello che valgono. L’esperienza secolare ha in­segnato a considerarli – anche se possono creare fastidio, disagio e dif­ficoltà – con il rispetto che Dio stesso ha per le persone che sono in que­sta via. Il Signore, pur avendo tracciato la via maestra nella storia della salvezza e nella rivelazione, non ha destituito di valore altre vie, sia pu­re “minori” e “povere”: è lui stesso che le ha iscritte nel cuore dell’uo­mo. Chi ha il compito di guida e di maestro nella chiesa è tenuto ad ave­re attenzione e cura del “popolo delle devozioni”. Poiché si deve avere sollecitudine per gli “ultimi”, i “deboli”, e i “poveri”, verso di loro si debbono avere premure e sollecitudini ispirate alla carità. Quando ciò viene fatto con discernimento, non significa usare debolezza e indul­genza dove occorre fermezza: ossia, non coltivarla come una finalità per se stessa, come fosse un traguardo, ma come via e strumento per arriva­re al culto in spirito e verità»[3].

[1] Cf. «La formazione alla spiritualità diocesana in un Seminario regionale e/o interdiocesano» in Presbyteri40 (2006/2) 137-148.

[2] Cf G. Mucci, «Il nuovo interesse degli intellettuali italiani per il prete», in La Civiltà Cattolica (1998) II 332-339.

[3] G. Falanga, Introduzione, in Liturgia 211/2007, 7.

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5. “Crocifissi col Crocifisso”. Antonio Ascione: Fenomeni mistici tra simbolismo, pietà popolare e rischi di derive.

ascione 1Il prof. Ascione, Docente di Filosofia, affronta il tema dal punto di vista dell’antropologia religiosa. La pluralità delle manifestazioni religiose, non solo quelle odierne, ma anche quelle del passato, ci dicono che l’uomo è per natura homo religiosus. È difficile per l’osservatore attento trovare nella vita spirituale degli uomini un fattore che abbia svolto, nel corso dei secoli, un ruolo così decisivo come la religione. Lo lasciano intendere i simboli religiosi, i racconti dei miti e le celebrazione dei riti, che costituiscono le costanti del sacro nella storia religiosa dell’umanità[1]. Precisando che questi fenomeni mistici cristiani andrebbero scomposti lessicalmente come: fenomeni; mistici; cristiani. Cioè vedere il tutto in una prospettiva simbolica con altre manifestazioni non cristiane. A mo’ di esempio ci ricorda che già Platone, Plutarco («dobbiamo noi ravvisare Tolommeo Filopatore, detto anche Trifone, cioè voluttuoso, e Gallo, secondo che riferisce l’autore del grad’Etimologico greco, perché portava le stimmate, ed impronte dell’Edera a guisa de’ sacerdoti di Cibele»[2]); («Così dunque tra frivole incertezze ed obbiezioni cavillose s’aggira Plutarco; e conchiude col sentenziare che Erodoto non solo mentisce, ma mentisce impudentemente, e senza criterio. Quelle stigmate, dic’egli, sarebbero grande difesa a Tebe contro la calunnia d’Erodoto…[3]»; Plotino (Enneidi, 4) parlavano di questi particolari fenomeni mistici. Allora viene da chiederci qual è il messaggio di quel simbolo “crocifisso” per noi cristiani? Poeticamente, e qui parla il presbitero e non il filosofo, è da vedere come una «unione mistica sponsale!». Un testo in particolare esprime mirabilmente il dialogo d’amore tra due Sposi: il Cantico dei Cantici, considerato «un continuato inno nuziale», espressione di amore umano e nello stesso tempo dell’amore tra Dio e il suo popolo, e ancora tra Dio e il fedele. Così nella storia dell’amato e dell’amata è presente la storia suprema di Dio e del suo popolo. È soprattutto «la storia di una ricerca continua: Dio cerca l’uomo e l’uomo cerca Dio». Questa fase della storia della salvezza coincide con il tempo della formazione della Sposa, Ecclesia praeformatio. La fase successiva, descritta nel Nuovo Testamento, è il momento di tale unione, quando «Cristo Sposo lascia suo Padre» per unirsi alla sua Sposa, l’umanità, quando la Parola diventa carne, quando la nuova ed eterna Alleanza, annunciata dai profeti, si realizza a Nazareth nel momento in cui l’angelo annuncia a Maria la scelta di Dio ed ella acconsente al disegno divino. Anche tutta l’attività terrena di  Gesù, esplicitata con parole e gesti: annunciare il Regno, guarire gli ammalati, risuscitare i morti, perdonare i peccatori, dare cibo agli affamati, celebrare la pasqua ebraica e la sua, può essere ricondotta alla tipologia nuziale, specialmente presa al suo culmine, la croce, altro luogo simbolico dove si consumano le nozze con la sua fidanzata. Sulla croce, «talamo, trono ed altare», Cristo «chinato il capo, spirò», e «uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua». Quest’avvenimento è interpretato unanimemente dalla Tradizione e dalla Liturgia come evento nuziale che attua quanto era stato prospettato in Genesi. A margine, ma non per vena polemica, Ascione si rammarica che il Direttorio sulla pietà popolare di questo particolare fenomeno ne parla solo al n. 90.

[1] Per un approfondimento cf. A. Ascione, Sulle tracce del sacro. Introduzione all’antropologia religiosa, passionEducativa, Benevento 2012, specialmente Il sacro della scienza delle religioni, 27-48 e Simbolo e simbolismo, 85-102.

[2] Opuscolo di Plutarco. Come discernere il vero amico dall’adulatore. Recato dalla Greca nella Italiana favella Dal D. L. V. M., Roma MDCCXCVI, Da’ Torchj dell’Ospizio Apostolico di S. Michele a Ripa, presso Damaso Petretti (Con Licenza de’ Superiori), 41.

[3] Le Nove Muse di Erodoto Alicarnasseo tradotte e illustrate da Andrea Mustoxidi (Tomo Quarto: La Polimnia ovvero Il settimo libro delle Istorie di Erodoto), Milano coi Tipi di Paolo Andrea Molina, Contrada dell’Agnello, n. 963, (1842), 288.