«Ogni anno il due novembre c’è l’usanza…»

trasfigurazione2
Siamo destinati a un futuro di luce e gloria, abituiamo già qui i nostri occhi allo splendore della risurrezione

Abbiamo saputo trasformare il Mare nostrum in mare mostrum, che ormai, stancamente, come inutile rito sacrificale, ci restituisce le innocenti vittime immolate alla stupidità e indifferenza degli uomini: un’inutile strage! E mi tornano a mente le parole del papa Benedetto XV: «a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di … giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage»[1]. Ho sempre pensato che in certi casi il miglior balsamo è il silenzio ma, a fior di labbra, dedico a questi nuovi angeli e ai nostri defunti queste piccole considerazioni affinché non solo il 2 novembre, ma sempre i nostri cari defunti siano a noi vicini: «Memoriam minuitur nisi eam exerceam» (La memoria diminuisce se non viene esercitata). Un vecchio monaco aveva appeso accanto al suo letto, dentro un’antica cornice tarlata, un grande cartello in cui a grossi caratteri aveva scritto di suo pugno «quando sarò in agonia, fatemi la carità di intonare questo “Salmo”: «quale gioia quando mi dissero: andiamo alla casa del Signore» (Salmo 121). Gli fa eco il Salmo 125: «… chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni». É una speranza che non nasce dall’uomo né si appoggia sull’uomo. Emerge e si rivela proprio quando, a livello umano, non appare un minimo di spazio su cui ragionevolmente appoggiarla. La certezza dei covoni portati con giubilo «nel tornare» si dilata negli spazi aperti da Cristo: dalla beatitudine delle lacrime al seme gettato nel solco, alla vite potata dal Padre, dal Getsemani, dal Calvario, dal sepolcro sigillato, alla notte della risurrezione, all’ascensione in cielo, all’avvento finale dell’Agnello vittorioso. «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me». É la promessa di Gesù per riporre nei granai del cielo i covoni della semente gettata «nelle lacrime».

Aniello Clemente.

[1] Benedetto XV, Lettera del santo padre ai capi dei popoli belligeranti, Città del Vaticano, 1 Agosto 1917, AAS IX [1917] 421-423.

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Due novembre: “Ricordati che polvere sei…

tomba fiorita
Questa tomba è nel cimitero dove è defunto il caro amico don Luigi Bracchi a cui va il mio grato e perenne ricordo

La commemorazione dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario, nel secolo IX, poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei santi che erano già in cielo. Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone. Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la “festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. La chiesa è stata sempre particolarmente fedele al ricordo dei defunti. Nella professione di fede del cristiano noi affermiamo: “Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi…”. Per “comunione dei santi” s’intende la vita d’insieme e l’interscambio di aiuto reciproco, di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio. La chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i  morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per particolari pratiche, inoltre, come le preghiere e le buone opere, la chiesa offre lo splendido dono delle indulgenze, parziali o plenarie, che possono essere offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Il 2 Novembre, poi, ci riporta alla realtà delle cose richiamando la nostra attenzione sulla caducità della vita. Il richiamo alla realtà della nostra morte ci invita a dare importanza alle cose essenziali, ai valori perenni e universali, che elevano lo spirito e resistono al tempo. Se tutto passa, l’amore di Dio resta. La certezza della morte deve farci riflettere, affinché possiamo essere pronti all’incontro con essa senza alcuna paura. La vita è un cammino che comporta il passaggio da una condizione all’altra, si passa dall’infanzia alla fanciullezza, dalla fanciullezza alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia e dalla vecchiaia all’eternità attraverso la morte. Per questo, vista nella luce di Dio la morte diventa o dovrebbe diventare un dolce incontro, non un precipitare nel nulla, ma il contemporaneo chiudersi e aprirsi di una porta: la terra e il cielo si incontrano su quella porta. Del resto il pensiero della morte ritorna ogni volta che ci rivolgiamo alla Madonna con la preghiera del Rosario: “Santa Maria, madre di Dio prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”. Alla Vergine Madre affidiamo i nostri defunti e la nostra conversione[1].

Aniello Clemente

[1] Cf. M. Stanzione, in http://www.santiebeati.it/dettaglio/20550.

Quaresima, 40 giorni, un “tempo favorevole”

deserto
deserto: luogo di conversione…

Il numero “quaranta” scandisce la vita di Mosè, di Noè, degli Ebrei, di Gesù, la Quaresima: sembra che il Signore “misuri cronologicamente il tempo della conversione. Ma questo “tempo favorevole” non è una corsa contro il tempo, bensì un’occasione che il Signore ci offre per dedicarci al maquillage del nostro cuore, un “tempo interiore” per riflettere. Le letture di questo periodo ci suggeriscono che c’è anche un luogo dove poterci appartare: il deserto. Luogo di tentazioni ma anche dove si può vivere in armonia con chi lo popola[1] (cf. Mc 1,13). Lo sguardo deve essere colmo di speranza e vedere oltre l’orizzonte della Quaresima già il mattino di Pasqua. Quasi a conferma di ciò, scrive Pavel Evdokimov: «Il deserto quaresimale consisterà nel riposo creativo, nella quiete e nel silenzio dove l’uomo ritrova la facoltà di concentrarsi per la preghiera e la contemplazione, perfino in mezzo a tutti i rumori del mondo, nella metropolitana, fra la folla, ai crocicchi di una città. Ma più di ogni altra cosa il deserto interiore consiste nella facoltà di comprendere la presenza degli altri, gli amici di ciascun incontro. Il deserto sarà, all’opposto di una macerazione fine a se stessa, la rinuncia gioiosa al superfluo, la sua spartizione con i poveri, sarà una serenità pacata e spontanea della coscienza». In breve, imitando Gesù , con l’aiuto dello Spirito, ognuno di noi può uscire dal deserto della propria solitudine per entrare nella dimensione salvifica che troverà compimento cn la Risurrezione.

Aniello Clemente

[1] Marco omette le tentazioni e il riferimento alle fiere evoca l’ideale messianico annunziato dai profeti: il ritorno alla pace del Paradiso (cf. Is 11,6-9), unito al tema del ritiro nel deserto (cf. Os 2,16).

Mercoledì delle ceneri: «Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris», «Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai».

ceneriIl mercoledì delle Ceneri apre il tempo salutare della Quaresima e si esprime simbolicamente nel rito della cenere sparsa sulle nostre teste, per riconoscere che il nostro corpo, formato dalla polvere, ritornerà tale. Ma vana e sterile sarebbe la funzione se non ci ricordasse che, figli nel Figlio, risorgeremo e, quindi, il mercoledì delle Ceneri, così come il resto della Quaresima, ci riporta all’evento della Risurrezione di Gesù, che noi celebriamo rinnovati interiormente e con la ferma speranza che i nostri corpi saranno trasformati come il suo. «Tu ami tutte le tue creature, Signore, e nulla disprezzi di ciò che hai creato; tu dimentichi i peccati di quanti si convertono e li perdoni, perché tu sei il Signore nostro Dio» (cf. Sap 11,23-26). Una donna riteneva che Dio le apparisse In visione. Andò quindi a consigliarsi dal proprio vescovo. Il buon presule le fece la seguente raccomandazione: “Cara signora, lei forse sta credendo a delle illusioni. Deve capire che in qualità di vescovo della diocesi sono io che posso decidere se le sue visioni sono vere o false”.  “Certo, Eccellenza”. “Questa è una mia responsabilità, un mio dovere”. “Perfetto, Eccellenza”. “Allora, cara signora, faccia quello che le ordino”. “Lo farò, Eccellenza”. “La prossima volta in cui Dio le apparirà, come lei sostiene, lo sottoponga a una prova per sapere se è realmente Dio”. “D’accordo, Eccellenza. Ma qual è la prova?”. “Dica a Dio: Rivelami, per favore, i peccati personali e privati del signor vescovo. Se è davvero Dio ad apparirle, costui le rivelerà i miei peccati. Poi, torni qui e mi racconti cosa avrà risposto; a me, e a nessun altro. D’accordo?”. “Farò proprio così, Eccellenza”. Un mese dopo, la signora chiese di essere ricevuta dal vescovo, che le domandò: “Le è apparso di nuovo Dio?”. “Credo di sì, Eccellenza”. “Gli ha chiesto quello che le ho ordinato?”. “Certo, Eccellenza!”.  “E cosa le ha risposto Dio?”. “Mi ha detto: Di’ al vescovo che i suoi peccati io li ho dimenticati”. Signore ci segniamo la fronte, come gli ebrei segnarono gli stipiti delle porte in attesa della liberazione. Come allora fa’ o Signore che iniziamo a pregustare il “passaggio” alla vera Pasqua, liberi da gravami. Aumenta la nostra fede affinché possiamo credere che, per quanto grande possa essere il nostro peccato, più grande è la tua misericordia.

Aniello Clemente

 

I santi e i defunti: ciò che siamo e ciò che saremo!

trasfigurazione2Secondo la dottrina cristiana, la morte non è per l’uomo un fatto ovvio né una necessità di natura, quanto piuttosto la conseguenza di ciò che non doveva accadere e che si sarebbe potuto evitare, come si evince dai passi della lettera ai Romani e della Genesi. Volendo esprimere questo concetto con la massima precisione, possiamo dire che la morte dell’uomo non è parte integrante del suo essere, ma la conseguenza di un atto. Non ha un carattere “naturale”, ma “storico”. La “natura” dell’uomo è sia risultato sia presupposto dell’incontro. La sua pienezza non è all’inizio, ma alla fine. La forma dell’esistenza umana non scaturisce da se stessa, per ritornare infine in se stessa. La figura che ne rappresenta il carattere non è il cerchio chiuso in se stesso, bensì l’arco proteso verso ciò che gli viene incontro. L’uomo è padrone delle sue azioni e orientato verso l’esterno in un modo proprio a lui solo. Egli è l’unico capace di realizzare l’incontro in cui continua a perfezionare se stesso. Ma l’incontro decisivo è quello con Dio, poiché Dio è il reale per definizione, ciò che ha valore per essenza. Solo in questo incontro, se vissuto correttamente, l’uomo diventa quell’essere che il suo Creatore ha voluto. Questa è la risposta del cristianesimo al problema della morte: ardita, inquietante, provocatoria. Per accettarla occorre veramente una conversione dello spirito; ma se ciò accade, se lo spirito l’accetta, anche l’esistenza naturale è investita della sua luce. La rivelazione viene da Dio e deve essere accolta nella fede; essa illuminerà allora anche ciò che si presenta ai nostri occhi. Esperienze non chiarite, conoscenze che non potevano farsi strada nell’interpretazione che l’uomo fornisce del mondo, ora ottengono giustizia. Con la morte di Cristo, la morte ha subito una trasformazione radicale. La morte di Gesù è stata reale e aspra come nessun’altra, poiché la morte è tanto più morte, quanto più alta è la vita a cui essa pone fine. Cristo è morto come nessun altro, poiché la sua vita è stata vitale e luminosa come nessun’altra.

Questo è vero; ma è anche vero che, ogni qual volta Gesù parla della sua morte, aggiunge che risorgerà. La morte che dovrebbe succedere al peccato, se ci si fermasse a questa connessione, la morte pura e semplice non esiste nella concezione che Gesù ha della vita. La sua morte è stata il passo che la vita ha compiuto per lasciare la dimensione temporale e accedere all’eternità. E non solo l’anima, ma l’essere umano nella sua interezza. Perché dopo la morte egli è risorto a nuova vita. Alla sensibilità moderna la parola della resurrezione risulta estranea quanto il fatto che la morte non sia necessaria. È presente nella nostra lingua come erede di una credenza antica, ma ha assunto un significato diverso. Nel linguaggio corrente il termine «resurrezione» indica il ritorno primaverile della vita dopo i rigori dell’inverno, o il nuovo impulso che l’uomo avverte dopo una pausa interiore. La «resurrezione» è un momento della vita, l’ascesa da una precedente depressione. La dottrina cristiana della resurrezione di Cristo e dell’uomo redento per suo tramite non ha nulla a che vedere con tutto questo. Ha un significato diverso, più preciso e straordinario. Insegna che dopo la morte Cristo si è innalzato a nuova vita, umana nella potenza del Dio vivente; non solo la sua anima era immortale e nell’eternità ha ricevuto uno splendore divino; non solo la sua figura e il suo annuncio sono diventati forza generatrice di vita nei cuori di coloro che credevano in lui: dopo la morte il suo corpo è tornato a nuova vita, a un livello superiore. Ora la morte non è più solo l’evento oscuro e terribile che porta il peccato alle estreme conseguenze: essa consente all’uomo di partecipare alla trasformazione con la quale la magnanimità di Dio ha convertito la fine in un nuovo inizio, in passaggio alla vita nuova. In Cristo è ripristinata la natura umana che tende a Dio e viene da Dio. Ed è ripristinata in una forma nuova, straordinaria, nella forma dell’incarnazione del figlio di Dio. La vita eterna è possibile perché egli ci ama e ci accoglie nel suo amore. Quella vita è elargita e conservata perché egli ci dona la comunione dell’amore. Per amore, con la redenzione si è fatto carico del nostro destino. Per lo stesso amore ci rende partecipi del suo. La morte è così l’ultima impresa rischiosa che l’uomo affronta, guidato da Cristo verso la grande promessa. La morte di Cristo è insita in tutta la pena e la devastazione, in tutto l’abbandono e il tormento che la morte può significare, ma questo è il rovescio visibile di quel tutto, il cui diritto si chiama risurrezione[1].

[1] Cf. R. Guardini, Le cose ultime, Vita e Pensiero, Roma 1997, 26-38.

5.b) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Come Gesù rivaluta le donne

donne annunciatrici
le donne prime annunciatrici della Risurrezione

Gesù è favorevole alle donne, anzi è rivoluzionario al riguardo. Urta e scandalizza perché esaltando la dignità di ogni essere umano, riconcilia le persone di ogni classe sociale e di ogni nazione. Gesù fraternizza con gli schiavi, con gli esattori delle tasse, riconcilia uomo e donna. La donna non è vista da Gesù in funzione del maschio, come avveniva in quella società maschilista. La donna è vista da Gesù per sé stessa. Non rifiuta di discutere con una donna: con la cananea non solo discute, ma perde la discussione (Mc 7,24-30). Discute anche con una Samaritana (Gv 4,5-29). In una parabola che riguarda un uomo importante, mette una donna che ne diventa la protagonista: «Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: “In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; e in quella città vi era una vedova”» (Lc 18,1-3). Si noti anche l’importanza di Elisabetta, di Maria e di Anna che, nel Vangelo lucano, si stagliano accanto a Zaccaria, Giuseppe e Simeone. Per ciò che riguarda la diaconìa femminile, Gesù ha voluto la liberazione della donna e ha aperto la via al “servizio” femminile. Nel miracolo riguardante la suocera di Pietro, si mise subito a “servire” Gesù. Gesù ebbe non solo dei discepoli, ma anche delle discepole che lo aiutavano e lo servivano: «Con lui vi erano i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da malattie: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, l’amministratore di Erode; Susanna e molte altre che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni» (Lc 8,2-3). Gesù associò le donne alla proclamazione della buona notizia. Gesù insegnava non solo agli uomini ma anche alle donne. Gesù preparò le donne a divenire sue testimoni. Quando un angelo dice a Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome «Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto» (Mc 16,7) questo avviso non avrebbe senso se anche loro non avessero ricevuto istruzioni alla pari degli altri discepoli. Soprattutto si noti come queste donne divennero messaggere dell’annuncio della resurrezione, anzi le prime evangelizzatrici. Oltre ad indicare la grande dignità di queste donne che furono le prime testimoni della resurrezione di Gesù e le messaggere incaricate di portare l’annuncio, si osservi anche come questo fatto renda storico e genuino il racconto. Nessuno, infatti, si sarebbe mai sognato nell’ambiente maschilista di quel tempo di affidare una testimonianza a delle donne. Si tratta perciò di avvenimenti reali, accaduti.