3. Letteratura e poesia ponte tra i popoli. L’ontologia dell’alterità

letteratura 2È certo che tanti pensatori, più o meno legati all’esistenzialismo, hanno assegnato un luogo centrale al dialogo e all’ontologia della alterità: il Sartre di l’Être et le néant (1943), e soprattutto Martin Buber[1]. Nel 1956 Stephen Gilman pubblica The Art of «La Celestina», in cui l’originalità di Fernando de Rojas viene determinata nell’uso delle parole come traiettoria vitale e dinamica che dirige un «io» verso un «tu», trasformando il dialogo in «axis of spoken life», l’asse della vita più profonda: «the word in La Celestina is a bridge between speaker and listener, the meeting place of two lives», «La parola, nella Celestina è il ponte fra il parlante e l’ascoltatore, il luogo d’incontro di due vite»[2]. L’uomo è effettivamente eterogeneo, e questa sua essenziale diversità corrisponde alla necessità di una espressione verbale che in ogni momento manifesti la presenza nell’essere dell’altro, la coscienza dell’altro, la risposta alle parole dell’altro[3]. «La parola nella lingua è per metà quella di un altro»[4], si ricordi che per Bachtin l’uomo è un essere dialogico, inconcepibile senza l’altro, impregnato di alterità. Se «i cieli e la terra narrano la gloria di Dio», perché non potrebbe farlo ogni uomo, soprattutto quando è toccato nel suo cuore da Dio stesso?

[1] Lo indica con esattezza T. Todorov, Mikkail Baktine: le principe dialogique, Seuil, Paris 1981, 151-152; (trad. it. Michail Bachtin. Il principio dialogico, Einaudi, Torino 1990).

[2] S. Gilman, The Art of «La Celestina»,Wis., U. of Wisconsin P., Madison 1956,20, 23.

[3] Cf. C. Guillén, L’uno e il molteplice. Introduzione alla letteratura comparata, A. Gargano (trad.), Il Mulino, Bologna 1992, 260. [Ed. or. Entre lo uno y lo diverso. Introducción a la literatura comparada, Editorial Crítica, Barcelona 1985].

[4] M. M. Bactin, The Dialogic Imagination, ed. M. Holquist e C. Emerson, U. of  Texas P. 1981, Austin, Tex., 293: «the word in language is half sameone lese’s».

 

 

Il piccolo Charlie… un agnello immolato!

gesù-e-lagnello.jpgActa est fabula[1] (lo spettacolo è finito), tra lungaggini, ignoranze, stupidi cavilli burocratici contrap- posti al dolore di due giovani sposi e alle attese, le speranze, le pre- ghiere di tanta gente, è calato il sipario sulla scena umana del piccolo Charlie. Paradossalmente, nell’epoca delle “comunicazioni” è mancato il dialogo: da dialogos, ossia attraverso e oltre le parole. Si fa dialogo incontrando l’altro, a contatto con il prossimo. È indos- sare i panni dell’altro e, nella logica dell’incarnazione, è compas- sione, ossia sentire, provare, pren- dere su di sé, la miseria, il peccato, dell’altro. Il dialogo è accoglienza: “Io accolgo te”, cioè un atto sponsale che apre e crea la comunione[2]. Ci conforta sapere che la vergine Madre lo sta già coccolando tra le sue amorevoli mani contendendolo a Sant’Anna e alle tante Sante madri di cui è costellato il nostro calendario. Furtivo si avvicina San Giovanni, il Battista, e dice sommessamente: «Ecco un piccolo agnello di Dio». Anche il piccolo Charlie sta a indicare al mondo Gesù Cristo quale Agnello di Dio, come colui che ha dato la sua stessa vita per la salvezza dell’umanità. Non si è trattato di indicarlo con le parole ma con la vita, spendendo tutte le sue piccole energie per stare dietro di lui, come vero discepolo, come quei “piccoli” che Gesù tanto amava! L’agnello è simbolo di docilità, di purezza, ma altresì di capro espiatorio, di colui che prende su di sé tutto il male del mondo. «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Il verbo che viene tradotto con “toglie” significa letteralmente “sollevare”, “prendere su di sé”. Gesù è venuto nel mondo con una missione precisa: liberarlo dalla schiavitù del peccato, caricandosi le colpe dell’umanità. In che modo? Amando! Non c’è altro modo di vincere il male e il peccato se non con l’amore che spinge al dono della propria vita per gli altri. Agli affranti genitori posso solo ricordare che: «Quando ho pianto il mio dolore nel campo della pazienza, esso mi ha dato il frutto della felicità» (K. Gibran). Il piccolo Charlie, come Gesù, ha incarnato i tratti del Servo del Signore, che «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4). Nel Nuovo Testamento il termine “agnello” ricorre più volte e sempre in riferimento a Gesù. Questa immagine dell’agnello potrebbe stupire; infatti, un animale che non si caratterizza certo per forza e robustezza si carica sulle proprie spalle un peso così pesante. La massa enorme del male viene tolta e portata via da una creatura debole e fragile, simbolo di obbedienza, docilità e di amore indifeso, che arriva fino al sacrificio di sé. L’agnello non è un dominatore, ma è docile; non è aggressivo, ma pacifico; non mostra gli artigli o i denti, ma sopporta ed è remissivo. E così è Gesù: così è Charlie, come un agnello! Ciao piccolo, ti vogliamo bene.

Iannucci Maria Grazia – Aniello Clemente.

 

[1] Sono le celebri parole dell’Imperatore Ottaviano che proferì poco prima di morire.

[2]Cf. E. Scognamiglio, Recensioni in Asprenas, vol. 63 (2016), 200.

3E… come esserci: I giovani in missione alla sequela di Gesù

pastore-pecora-ritrovata-Sant’Agostino dice che «non si può trovare uno che non voglia essere felice». La gioia è richiesta dalla natura stessa dell’uomo, è un suo bisogno, a maggior ragione per un giovane, specialmente se ha perso l’entusiasmo tipico dei suoi verdi anni. Ai tanti che forse usano lo slogan: «Cristo sì, chiesa no» si dedicheranno i volontari della missione giovani della Diocesi. E saranno come i profeti dell’attesa messianica e come agli israeliti quando sono ritornati dall’esilio, rincuorati da Neemia, diranno: «Non vi rattristate perché la gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 8,10). Saranno sostenuti dalle parole di Gesù che prevedendo momenti di sconforto e debolezza disse: «Voi sarete afflitti ma la vostra afflizione si cambierà in gioia» (Gv 16,20); «Chiedete e otterrete perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16,24).Saranno portatori di letizia e speranza perché avranno dalla lorola tradizione secolare della chiesa, già nel II secolo il Pastore d’Erma riporta: «Caccia da te la tristezza perché è sorella del dubbio e dell’ira. Armati di gioia. L’uomo allegro fa il bene, pensa il bene ed evita la tristezza». Papa Francesco invita la comunità cristiana a riscoprire quest’immagine di una chiesa aperta al mondo, “in uscita” verso le periferie dell’umano, che si mette «nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione… e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (EG 24). E offre a supporto di questo stile ecclesiale una significativa prospettiva teologica: «ogni volta che ci incontriamocon un essere umano nell’amore, ci mettiamo nella condizione di scoprire qualcosa di nuovo riguardo a Dio. Ogni volta che apriamogli occhi per riconoscere l’altro, viene maggiormente illuminatala fede per riconoscere Dio (EG 272).È attraverso l’umanità di Gesù, la sua kenosi, il suo abbassamento, che proviamo la gioia della gloria divina che a noi si è manifestata. E i giovani “missionari” condivideranno la gioia di quanti li hanno preceduto. La prima epifania gioiosa di Gesù si ha quando Maria raggiunge Elisabetta e Giovanni Battista esultò di gioia nel ventre della madre (Lc 1,44). L’angelo annuncia ai pastori «una grande gioia» (Lc 2,10). Quando i Magi vedono nuovamente la stella «provano una grandissima gioia» (Mt 2,10). E abbiamo letto di Zaccheo che accolse Gesù nella sua casa «pieno di gioia» (Lc 19,6), delle pie donne che «abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero dai discepoli» (Gv 20,20). Discepoli che dopo l’Ascensione «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Dalla mangiatoia al monte dell’Ascensione è, dunque, un solo Vangelo della gioia.B. Häring è categorico: «Solo gli ottimisti possono cambiare il mondo… L’ottimismo costituisce spesso anche un’efficace medicina. Chi si rallegra nel Signore, concepisce una gioia riconoscente e impara l’arte di comunicare la gioia agli altri, è spesso in grado di produrre il doppio del vicino che ha una costituzione fisica più robusta, ma non possiede la gioia della vita».La gioia è causata dall’amore; gioia e amore camminano insieme. La gioia non nasce da sola, ha la sua sorgente nell’amore e la sorgente dell’amore è Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,8). La gioia che nasce dall’amore è un nostro dovere di uomini e di cristiani; è la testimonianza più credibile e avvincente. La gioia che emana dal cristiano non può essere un fatto eccezionale, come un abito che si indossa nelle feste solenni. Deve essere un fatto quotidiano, perché Dio, nostra gioia, è con noi e dentro di noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

Aniello Clemente.

2. E… come esserci: I giovani in missione e i NEET

libertàSarà che vivendo a stretto contatto col mondo giovanile sono più incline all’emozione, ma il vedere tanti giovani riuniti insieme nel Duomo di Sant’Agata de’ Goti mi ha riempito il cuore di gioia e di speranza. Li vedevo lì seduti, fragili, naufraghi di una nave che noi adulti abbiamo affondato eppure parlare di speranza e di futuro. E, in loro, rivedevo i tanti volti di giovani che abbiamo visto in televisione accorrere in aiuto delle persone in difficoltà, accanto alle esperienze di servizio civile e di volontariato. Appena ieri il Papa diceva ai ragazzi accorsi alla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia: «Noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come minaccia, ma come opportunità. E voi siete un’opportunità: abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri». In questa Quaresima il Vescovo della Diocesi di Cerreto Sannita – Telese – S. Agata de’ Goti ha deciso di inviare in missione gruppi di giovani. Una missione assimilabile ad un’esperienza di shadowing e cioè andare, parlare, osservare i mondi vitali e gli spazi quotidiani di vita dei loro coetanei. Quei ragazzi etichettati come NEET: Not in Employment, Education and Training, che sembra una sigla simpaticama che denuncia giovani in condizioni di povertà ed esclusione sociale. I giovani volontari, coadiuvati da parroci, suore, incontreranno giovani che hanno percorsi formativi frammentari, quasi mai portati a termine, alcuni coinvolti in processi di adultizzazione precoce. Ragazzi, come tanti nostri figli e nipoti, spesso privi di qualsiasi ambizione professionale, che non riescono a esprimere alcun tipo di progettualità lavorativa, forse col mito del “posto fisso”. In una società che gli ha tarpato le ali fanno anche fatica a sviluppare una concreta analisi della realtà in cui vivono, guardandola come da uno specchio, rinviando a un mittente astratto ogni forma di responsabilità. I giovani che seduti nella navata parlavano di progetti e di speranza, dovranno armarsi di tutta l’armatura descritta da san Paolo per affrontare coetanei che a volte appaiono rassegnati, corrosi dall’immobilità, con atteggiamenti poco propositivi nei confronti del futuro verso il quale non riescono a proiettarsi. Troveranno anche casi drammatici ma mi auguro che la stragrande maggioranza dei nostri ragazzi che non vediamo frequentare le chiese e si sono allontanati dai sacramenti dopo l’Iniziazione Cristiana, siano ragazzi a rischio d’isolamento sociale, ma non ancora alla deriva[1]. A loro i nostri “ragazzi” sussurreranno piano: «Non accontentarti di poco, chi va con una caraffa vuota alla sorgente della vita, ne tornerà con due piene» (K. Gibran) e li saluteranno così: «Possa tu avere molta gioia» che è il saluto rivolto dall’angelo a Tobia.

Aniello Clemente.

[1]Cf. W. Nanni – S. Quarta, Il triplo no dei ragazzi in panchina, in IC Italia Caritas, novembre 2016, Anno XLIX N° 9, 8-12.

1. E… come esserci: 4° Raduno giovani della Diocesi di Cerreto Sannita – Telese – S. Agata de’ Goti

buongiorno-14Il 24.02.2017, alle ore 18,30, sono confluiti nel Duomo di Sant’Agata de’ Goti tanti giovani provenienti dalle parrocchie della Diocesi. Il tutto ha avuto felice esito sotto la sapiente regia di don Antonio Abbatiello e il nostro grazie va al coro e al M° Mario De Rosa per i canti, alla coreografia e scenografia dovuta al prezioso contributo di Mena Clemente e Francesca Parisi, ma il tutto sarebbe stato vano senza l’umile e prezioso contributo di chi ha lavorato nel nascondimento e nel silenzio come Mario Viscusi, il Gruppo Santa Marta e le ragazze e i ragazzi impegnati all’info point e ai gazebo. L’iniziativa conclude il giro d’incontri che il Vescovo, S. E. don Mimmo, ha voluto tenere con i  giovani in vista della “missione” che li vedrà impegnati in questa Quaresima nei vari ambienti di vita dei loro coetanei. Il tema «E… come esserci», ben concretizzato nel canto iniziale, si è tradotto in una unica significativa domanda: “Qual è il tuo sogno?”. Dai tanti interventi è venuto fuori quella che è la prismatica bellezza di questi nostri giovani che a volte sembrano così baldanzosi, eppure teneri nella loro fragilità. Per una serata tutti i presenti ci siamo sentiti coinvolti in questo susseguirsi di proiezioni oniriche e sogni d’ogni specie – dai più semplici e “materiali”: il posto di lavoro, formarsi una famiglia, a quelli più “utopici”: la pace nel mondo, la felicità per tutti – veleggiavano tra le navate per andarsi a deporre ai piedi della Vergine Madre che dall’alto del soffitto a cassettoni sorrideva felice. E anche il Vescovo, quando è toccato a lui esprimere il suo sogno, ha manifestato la sua gioia dicendo una frase breve eppure fortemente incisiva: «Il mio sogno siete voi! Voi siete il sogno di Dio» e lo ha ripetuto spesso durante il suo breve intervento. Don Mimmo ha ricordato che il sogno bisogna difenderlo e per farlo bisogna crederciemi ha ricordato le parole di Gibran: «Preferisco essere un sognatore fra i più umili, immaginando quello che avverrà, piuttosto che essere signore fra coloro che non hanno sogni e desideri». Questo incontro ha rappresentato solo un altro tassello nel puzzle della “missione”: ci siamo incontrati per ripartire e anche quando giungeremo a un altro capolinea, quello sarà il nuovo punto di partenza. Il Vescovo non ha nascosto che ci saranno difficoltà, errori, ma «una persona è grande quando riconosce gli errori e si rimette in cammino» precisava. Spesso nei suoi discorsi ricorre l’idea del viaggio, del mettersi in cammino  e “dei piccoli passi”, in questo caso per concretizzare i sogni grandi. Come “manifesto” della missione per i giovani il Vescovo ha letto e affidato il brano del vangelo di Matteo 7, 25-34 (cf. Lc 12, 22-31) e cioè “abbandonarsi alla Provvidenza”. Non preoccuparsi delle “cose” perché c’è dell’Altro che vale di più. Liberarsi delle cose superflue per dare più spazio all’amore e scoprire che non è una rinuncia ma una liberazione. L’intervento del Vescovo ha raggiunto il cuore dei giovani quando ha ricordato che noi amiamo, se fosse possibile, ancora di più la mamma quando la vediamo segnata dalle inesorabili rughe: così anche loro devono amare la chiesa che mostra sì le rughe dei duemila anni trascorsi, ma anche il volto giovane, il loro, il volto bello della chiesa.Questo volto devono portare in giro nella missione chiedendo semplicemente ai loro coetanei: «Come stai?», il Volto del Vangelo che ci cambia la vita, che ha un nome: Gesù di Nazareth, il Signore della storia.